Vanna Ugolini

Nov 082018
 

Da: “Lettera Donna”. 08.10.2018

Garantirebbe loro il diritto di frequentarli sempre e comunque. E l’ultimo caso di Taranto, dove un padre ha tentato di uccidere i suoi bambini dopo aver perso la patria potestà, lo dimostra.A Taranto, dopo un litigio al telefono con la ex moglie, un uomo ha accoltellato il figlio di 14 anni che è riuscito a scappare e poi ha lanciato la figlia di sei dal balcone (la bimba è in condizioni gravissime all’ospedale Santissima Annunziata). Tutto è avvenuto nella casa dei genitori di lui, a cui erano stati affidati i nipoti a causa delle denunce per maltrattamenti in famiglia per cui l’uomo aveva perso la responsabilità genitoriale. Vani sono stati i tentativi dei parenti di fermarlo. 

Questo ennesimo tentativo di figlicidio si compie proprio mentre nel Paese è in corso un dibattito contro il disegno di legge del senatore leghista Pillon, appoggiato dalle associazioni di padri separati e osteggiato da tutte quelle associazioni ed istituzioni che si occupano di tutela dei minori, tra cui il Forum delle associazioni familiari, di matrice cattolica, e il Cismai, il Coordinamento italiano dei servizi contro il maltrattamento e l’abuso all’infanzia.

Il disegno di legge, che viene presentato dai suoi sostenitori come un provvedimento per garantire ai bambini la bigenitorialità, quindi con valenza positiva, di fatto non solo escluderebbe i bambini da ogni decisione quando i genitori si separano, ma li costringerebbe in situazioni di pericolo a continuare a frequentare il genitore violento.

Non si dice ma si legge chiaramente nel testo del disegno che la bigenitorialità viene di fatto trasformata da diritto del bambino a diritto dell’adulto. Si tratta dunque, come sottolineato anche da molti avvocati e magistrati esperti di tutela minori come il magistrato Fabio Roia di un provvedimento adultocentrico che favorirebbe sistematicamente i genitori violenti garantendogli ildiritto di frequentare i figli sempre e comunque.

Il disegno di legge Pillon prevede infatti che anche nei comprovati casi di violenza e abuso sessuale e quindi di affido esclusivo alla madre, vi sia l’obbligo di garantire, in ogni modo, la frequentazione del bambino con il padre.

Il figlicidio è una forma di femminicidio con cui gli uomini violenti puniscono le loro compagne con il più crudele degli atti.

Lo sa bene Antonella Penati, madre del piccolo Federico Barakat ucciso dal padre a otto anni durante un incontro protetto presso gli uffici dei servizi sociali di San Donato Milanese. Antonella fu definita«madre alienante», in nome di quella «alienazione parentale» tanto esaltata nel progetto oscurantista firmato Pillon.

Lo sa bene anche Erica Patti, a cui l’ex marito uccise i figli Davide e Andrea dandogli fuoco, come aveva spesso minacciato di fare ma anche Erica Patti non fu creduta, e i piccoli morirono, così come sono morte Martina e Alessia a Cisterna di Latina, così come sono morti altri bambini e bambine lasciati in situazione di pericolo perché «il padre è sempre il padre», si dice troppe volte.

Lo racconta bene il film L’affido, in cui si comprende come una giudice con le migliori intenzioni possa mettere in pericolo la vita di un bambino perchè incapace di valutare i fattori di rischio che per chi si occupa tutti i giorni di violenza sono invece molto chiari.

Per ogni minore che muore ce ne sono decine a rischio di subire violenze e abusi, come il piccolo di quattro anni che a Ovada veniva violentato quando andava a casa del padre, ma fu necessario installare le telecamere e fargli subire nuovi abusi per credere alle sue parole e a quelle della madre. In questo disegno di legge le «false accuse» delle madri sono invocate come se fossero la norma, e allora tutto torna: in un momento storico in cui finalmente si è arrivati al riconoscimento pubblico del femminicidio, conosciuto e condannato come un questione culturale e non privata, ci voleva qualcosa per tornare indietro, per ripristinare l’ordine della società patriarcale che teneva nascoste tra le mura domestiche le violenze. Che riportasse le donne e i bambini alla sottomissione e alla rassegnazione.

Ci auguriamo che le donne e gli uomini che ci rappresentano nella politica si prendano la briga di leggere il disegno e non fermarsi alle belle parole con cui viene proposto. Non è un testo che abbisogna di modifiche, va ritirato e stracciato perché offende la dignità delle persone e di un Paese che si vuole definire civile.

Come cittadini e cittadine oggi ci stringiamo a quella bambina che sta lottando per sopravvivere, ci stringiamo al fratello accoltellato all’addome e sotto choc. Ci stringiamo a quella madre annientata dal dolore.

Ma non fermiamoci a questo.

Il 10 novembre l’associazione DIRE contro la violenza ha organizzato nelle piazze di tutta Italia (non più solo a Roma come previsto inizialmente) una manifestazione per dire che non si torna indietro, che il ddl Pillon va ritirato e vanno invece applicate le buone leggi che già esistono e che già garantiscono la bigenitorialità ove entrambi i genitori sono amorevoli e responsabili con i propri figli.

Dire ha anche lanciato una raccolta di firme con una petizione e ha dato vita a un Comitato No Pillon a cui si può aderire anche via Facebook.

Manifestiamo la nostra indignazione e facciamolo uniti, donne e uomini, come sappiamo essere, contro un’impostazione antica della famiglia che non ci rappresenta.

 

 

https://www.letteradonna.it/it/articoli/fatti/2018/10/08/genitori-violenti-ddl-pillon/26774/?fbclid=IwAR3U5zirIwXeNRr8kJVf_h6F579pqpuzmzrWQwUYtVtOfcwsBMaC2SNy-yQ

Nov 082018
 

Da “D.it”. 05.09.2018

Claudia Segre, dopo oltre trent’anni d’esperienza sui mercati internazionali in qualità di trader oggi è presidente della Global thinking Foundation e ha lanciato “Donne al quadrato”, un corso gratuito per aiutare l’alfabetizzazione economica al femminile. Qui ci spiega perché questo tema è così importante per tutte noi. A partire dal fatto che se gli stipendi di maschi e femmine fossero più simili, questi soldi andrebbero a vantaggio del benessere economico di tutti.  Centosessanta trilioni di dollari. Secondo la Banca mondiale i Paesi di tutto il mondo stanno rinunciando a tanto. Il motivo? La parità salariale tra uomini e donne è ancora lontana. Ma se gli stipendi di maschi e femmine fossero più simili, questi soldi andrebbero a vantaggio del benessere economico di tutti. «Significa che donne più consapevoli del proprio agire economico e della loro capacità reddituale possono contribuire attivamente al benessere economico mondiale. E il primo passo verso una maggiore partecipazione femminile al mondo del lavoro è creare competenze».
A parlare è Claudia Segre, una donna con oltre trent’anni d’esperienza sui mercati internazionali in qualità di trader (in Italia è stata manager per Unicredit, Credem e per il gruppo Intesa) oggi presidente della Global thinking Foundation. Ha lo sguardo cristallino, i capelli biondi, un rossetto color geranio e il tono di voce di chi è abituata a lottare per far valere le proprie ragioni.
 

L’isolamento economico come forma di violenza

Per Claudia Segre l’alfabetizzazione finanziaria è anche un modo per combattere e prevenire la violenza contro le donne: «L’isolamento economico toglie alla donna la possibilità di affrancarsi nella ricerca di aiuto, rivolgersi a un avvocato e salvaguardare il futuro dei figli. Nei centri antiviolenza ci si concentra sulle manifestazioni fisiche della violenza, perché sono più traumatiche ed evidenti, ma le conoscenze e le possibilità economiche contano quando ci si trova in situazioni così delicate», spiega. Poi continua: «L’isolamento economico è una condizione che matura gradualmente: si comincia col non avere le credenziali per accedere al conto cointestato o con il sottovalutare le procedure di successione. Basti pensare che il 20% delle donne italiane non ha un conto corrente personaledove mettere al riparo il reddito da lavoro. Il cambiamento deve partire proprio dalle donne: bisogna smettere di abdicare alle responsabilità del vivere economico».
 

La situazione nella Penisola

«Io viaggio spesso», racconta Segre, «e a ogni commerciante che incontro chiedo se sa quante commissioni paga per l’utilizzo del Pos, la macchinetta che permette ai clienti di pagare col Bancomat. Pochi sanno rispondere: che siano tassisti o baristi non cambia. Di recente una signora mi ha detto candidamente “Io lascio fare tutto al mio commercialista”. Così non va. Tutti i giorni prendiamo decisioni per comprare un telefono o una borsa, ma non ci fermiamo a riflettere. Più clausole ci sono e più si tende a demandare, perché i dettagli intimoriscono: “Ditemi dove devo firmare”, è la risposta tipo. Allora è inevitabile che aumenti la possibilità di ricevere proposte per servizi rischiosi o non adatti a noi. Poi c’è il fattore timidezza. “La differenza tra rischio e rendimento?” Poche persone la conoscono, ma la maggior parte si vergogna ad ammetterlo. C’è anche chi si imbarazza per il proprio livello d’istruzione: chi non ha la laurea spesso glissa sul titolo di studio. Ci si sente più protetti a non ammettere certe cose, però si gioca al gratta e vinci o si investe in Bitcoin con facilità. L’italiano medio è così: non per niente possiamo vantare la più alta spesa in Europa tra maghe e fattucchieri», fa notare. Perciò non è possibile stabilire l’identikit della donna più a rischio: «La mancanza di competenze è trasversale, non dipende dal reddito o dall’essere illetterate. Nella maggior parte dei casi si tratta di donne mediamente introdotte nel mondo del lavoro, ma che non hanno competenze finanziarie e delegano le decisioni economiche. Non c’è una donna tipo. A un basso livello di alfabetizzazione finanziaria corrisponde un maggiore rischio, ma – dato che si tratta di una condizione diffusa – siamo tutte potenziali vittime», mette in guardia Segre.

 

Donne al quadrato: un corso per donne, tenuto da donne

La fondazione senza scopo di lucro guidata da Segre nasce nel 2016 e promuove tre dei 17 obiettivi per uno sviluppo sostenibile definiti dalle Nazioni Unite: istruzione di qualità, uguaglianza di genere, lavoro dignitoso e crescita economica. Obiettivi ambiziosi avvicinabili grazie alle numerose iniziative messe in campo da Global thinking Foundation. Tra le tante, spicca D2 – Donne al quadrato, un progetto no profit di alfabetizzazione finanziaria sviluppato in collaborazione con Assiom Forex, l’associazione degli operatori dei mercati. È rivolto alle donne che vivono momenti di difficoltà economica, alle giovani coppie che vogliono imparare come pianificare al meglio il budget famigliare e a chi vuole reinventarsi nel mondo del lavoro nell’era del digitale, ma anche alle signore più anziane, in quiescenza, per evitare situazioni di sovraindebitamento.

Un corso gratuito, in 3 moduli da 20 ore ciascuno, dove una task force composta da 30 donne esperte del settore mette a disposizione le proprie competenze per aiutare altre donne a fare la differenza nella propria vita. Lanciato in via sperimentale a ottobre 2017, questo progetto ha già coinvolto 14 Comuni italiani (Pisa, Roma, Caltanissetta, Mantova, Tortona, Camuzzago, Milano, Catania, Messina, Bari, Verona, Monza, Pavia ed  Empoli) e ha visto partecipare oltre 500 donne. Dato il successo della prima edizione, sono già in programma nuove tappe per il 2019. Per consultare il calendario eventi aggiornato, candidare la propria città a ospitare i corsi o iscriversi a uno dei moduli, basta inviare una mail a donnealquadrato@assiomforex.it. «Per permettere anche alle donne che lavorano di unirsi al gruppo, adattiamo la proposta di corso alle esigenze di ogni territorio e chiediamo indicazioni ai Comuni per raggiungere al meglio il nostro target», rassicura la presidente. «Da milanese mi sono stupita quando il Comune di Bari ci ha suggerito di tenere le lezioni tra le 14 e le 16.30. Ma ha funzionato alla grande, perché lì la pausa pranzo è molto lunga e poi i negozi riaprono fino a tarda sera», prosegue.

A supporto del corso, Global thinking Foundation distribuisce anche una guida pratica contro la violenza economica redatta insieme a Cadmi – la Casa delle donne maltrattate di Milano – e Parole di economia e finanza, un glossario per l’educazione finanziaria realizzato in collaborazione con la VI Commissione finanze della Camera dei deputati. Ma chi ha più dimestichezza con internet può approfittare anche di FamilyMI, un portale che permette di calcolare il proprio budget familiare e spiega, con pillole video che durano meno di due minuti, i concetti base del risparmio: conto corrente, assicurazioni, obbligazioni, azioni e molto altro.
 

Una tradizione di famiglia

A chi le chiede quale sia stata finora la soddisfazione più grande, Claudia Segre risponde così: «Aver costruito qualcosa dove condividere con tante persone la stessa urgenza di mettersi in moto… E ricevere dalle donne testimonianze di cambiamento, di voglia di affrancarsi. La stessa che aveva mia madre negli anni Cinquanta, quando suo padre e suo fratello sono mancati improvvisamente e lei ha deciso, nonostante avesse solo un diploma magistrale in mano, di mandare avanti il loro ufficio di agenti di cambio. È stata lei a insegnarmi il mestiere e a trasmettermi la passione», sorride. «Ma oggi è difficile superare lo stereotipo della finanza che causa crisi, come qualcosa di pericoloso da cui sarebbe meglio tenersi lontani. Ci vuole un cambio di mentalità per capire che la finanza è qualcosa di positivo e che più se ne parla, più si impara a camminare con le proprie gambe», conclude.

 

https://d.repubblica.it/life/2018/09/05/news/le_donne_nella_finanza_claudia_segre_donne_al_quadrato-4081413/?fbclid=IwAR1uL4p0SMQZDUK9U140J1cTyf0SLyS7Q8VMn0WUQsphYpgXyr4OV3UmteM

Nov 082018
 

Da “Il Corriere della Sera”. 07.10.2018

Melissa Gentz, 22enne molto nota in Brasile, picchiata dal fidanzato campione di motocross per una foto postata sui social: la sua storia raccontata su Instagram e condivisa da migliaia di persone.

Melissa Gentz ha 22 anni, vive in Florida ma è di origini brasiliane e in patria è piuttosto celebre. Ha un profilo Instagram con oltre 220mila follower ed era fidanzata con Erick Bretz, 25 anni, star della motocross brasiliana. Era, perché alcune settimane fa lui l’ha presa a calci e pugni. E lei ha deciso di raccontare tutto, e di mostrare, in Rete, i segni di quella violenza. Melissa ha usato proprio Instagram per mostrare quello che il fidanzato le aveva fatto. Prima la foto «incriminata», quella che lo avrebbe fatto esplodere: «Ripubblico questa foto perché il mio ex l’ha cancellata, ha detto che le ragazze che hanno un fidanzato non dovrebbero mettere foto in cui mostrano la scollatura – scrive – Chiedo a tutte le donne di aver il coraggio di mettere fine a relazioni violente e abusanti come è stata la mia. È iniziato tutto con delle lamentele, per le mie foto su Instagram, poi per i messaggi che ricevevo. Un giorno mi ha presa per i capelli e mi ha detto che dovevo ricordarmi che ero la donna, in quel rapporto».Ma Erick non si è fermato qui. Melissa alla polizia ha raccontato che una sera, a fine settembre, dopo qualche birra di troppo, l’ha scaraventata a terra e le ha stretto le gambe intorno al collo, come a volerla soffocare. Poi le ha strappato i capelli, l’ha presa a calci e infine l’ha colpita alla fronte con una bottiglia. Arrestato, è stato rilasciato su cauzione e con il divieto di avvicinarsi alla ex. Oltre a essere una star della motocross, Bretz è il figlio di un milionario, proprietario di una delle catene di supermercati più diffuse nel Paese. Melissa ha scelto di raccontare, di mostrare, per dire a tutte le donne di non «sottovalutare i segnali». In una foto, che è stata condivisa da quasi un milione di persone in Brasile, mostra i segni sul volto e scrive: «Si dice che ognuno abbia una parte del viso che preferisce. La mia è la sinistra. Sfortunatamente è quella che porta i segni della violenza. Oggi è il primo giorno che riesco a mettere un po’ di mascara, sulla parte destra. Non voglio nascondere i segni di quanto mi è successo perché nessuna donna si deve vergognare o deve sentirsi in colpa per essere stata vittima di violenza domestica». In Brasile, in tantissimi si sono mobilitati in suo supporto, migliaia i messaggi, anche di numerosi personaggi noti, che hanno condiviso la sua storia per unirsi alla sua battaglia contro la violenza che si consuma fra le mura di casa.

 

https://www.corriere.it/esteri/18_ottobre_07/melissa-picchiata-fidanzato-una-foto-instagram-cui-mostrava-scollatura-cab8109e-ca4b-11e8-8417-701d201b7018.shtml?fbclid=IwAR3sqMVqwH8jwYpGg52ysrM3TK8Q67Vq6w6hUsjZLcZ9lq_c-56d5NV6R-Q

Nov 082018
 

Da “Il Messaggero.it”. 02.10.2018

Malata di cancro, bullizzata e picchiata da una compagna di classe. È quanto ha denunciato il papà di una ragazza di 17 anni, colpita da un melanoma, che frequenta l’istituto superiore Luca Pacioli a Sant’Anastasia, nel Vesuviano. La ragazzina, nei giorni scorsi, è finita in ospedale dopo l’ennesima lite con una sua coetanea che, a quanto spiega il papà, le ha fratturato un dito dopo averla presa di mira e schernita in questi mesi per le sue condizioni di salute, tanto da rendersi necessario anche un supporto psicologico. La giovane, stando sempre alla denuncia, subisce da tempo minacce, insulti e vessazioni fisiche, e le sarebbe stato anche detto “devi morire”. Ora la famiglia teme «per la sua salute psicologica», e si è rivolta alla polizia ed all’ufficio scolastico regionale, chiedendo «più collaborazione da parte del personale scolastico». Il dirigente dell’istituto, Antonio De Michele, difende l’operato della scuola sottolineando di aver anche convocato un consiglio d’istituto straordinario, svoltosi nei giorni scorsi, per discutere della situazione venutasi a creare. De Michele si augura che la ragazza torni a scuola, ed invita i genitori a ritirare la denuncia. L’episodio ha creato sconcerto ed indignazione in paese, a partire dal sindaco Lello Abete, il quale ha condannato quanto avvenuto, ma ha anche sottolineato che «Sant’Anastasia non è questa, non è un paese di incivili».

«Condanno fermamente l’episodio se le indagini dovessero accertare che corrispondono a quanto denunciato dal papà della giovane – ha detto Abete – per noi è stato un fulmine a ciel sereno: il preside è una persona molto disponibile al dialogo e sempre attento ad un certo tipo di problematiche. Comunque episodi del genere vanno sempre denunciati per poterli arginare». Un episodio che Abete sottolinea sia isolato, ma in paese molti altri genitori parlano di «degenerazione sin dalle elementari». «Mia figlia – racconta Angelo – a dieci anni è stata picchiata e insultata, e la cosa andava avanti da tempo senza che nessuno intervenisse. Lei ha raccontato tutto solo quando le hanno quasi rotto il naso. Non ho presentato denuncia, perchè la dirigente scolastica aveva promesso un intervento. Ma alla fine non sono stati presi provvedimenti, e mia figlia ha dovuto cambiare scuola. E non è stata l’unica».

 

https://www.ilmessaggero.it/italia/napoli_studentessa_malata_cancro_bullizzata_picchiata_compagna-4012700.html?fbclid=IwAR11Lm5w0yEUzx-7UIvXP7eRvFa5z9OUFV0uvawK6PPe7DioYSpNuGG_uWc

Nov 082018
 

Da “Cismai”. 03.10.2018

Il documento definisce dieci punti fermi ispirati alla Convenzione di New York e suggeriti anche dai ragazzi

Nasce in Italia la “Carta dei diritti dei figli nella separazione dei genitori”. A presentarla, oggi a Roma, l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza Filomena Albano. Dieci punti fermi che individuano altrettanti diritti di bambini e ragazzi alle prese con un percorso che parte dalla decisione dei genitori di separarsi.  “Abbiamo posto al centro il punto di vista dei figli di chi si separa” dice la Garante Albano. I principi fondanti della Carta sono ispirati alla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza. “I bambini e i ragazzi – riassume Filomena Albano – hanno diritto a preservare le relazioni familiari, a non esser separati dai genitori, a mantenere rapporti regolari e frequenti con ciascuno di essi e, soprattutto, a essere ascoltati sulle questioni che li riguardano”.  Prima della sua stesura l’Autorità garante ha interpellato la Consulta dei ragazzi dell’Agia. “Molti degli articoli sono frutto del loro lavoro” rivela. Ascoltati anche esperti scelti tra personalità del settore giuridico, sociale, psicologico e pedagogico. La Carta sarà inviata ad agenzie educative, consultori, tribunali, ordini professionali e associazioni ed è scaricabile dal sito dell’Autorità garante (www.garanteinfanzia.org). “Il documento promuove la centralità dei figli proprio nel momento della crisi della coppia” evidenzia Filomena Albano. “I genitori, pur se separati, non smettono di essere genitori”.  La Carta si apre con il diritto dei figli di continuare ad amare ed essere amati da entrambi i genitori. E di mantenere i loro affetti.  “I figli devono poter stare al centro della vita dei genitori” avverte Filomena Albano. “Il genitore deve poter essere un faro, un riferimento, la prima persona a cui il figlio pensa di rivolgersi in caso di difficoltà e per condividere gioia ed entusiasmo. Per aiutare i figli bisogna renderli consapevoli che nel cuore e nella testa si ha un posto per loro”. Tra gli altri diritti individuati dalla Carta quello di continuare a essere figli e vivere la loro età, di essere informati e aiutati a comprendere la separazione dei genitori. E ancora: bambini e ragazzi nelle separazioni hanno diritto a essere ascoltati e a esprimere i propri sentimenti, a non subire pressioni e che le scelte che li riguardano siano condivise da entrambi i genitori. I figli, infine, hanno diritto a non essere coinvolti nei conflitti tra genitori, al rispetto dei loro tempi, a essere preservati dalle questioni economiche e a ricevere spiegazioni sulle decisioni che li riguardano.

Nov 082018
 

Da “Lettera Donna. 02.10.2018

Votare, ottenere un mutuo, bere un drink in un pub. Le frasi maschiliste del fisico Alessandro Strumia (smentite dal Nobel vinto da una donna) ci hanno fatto ripensare a tutte le battaglie femministe che abbiamo vinto. a storia ha spesso, potremmo dire quasi sempre, smentito i pregiudizi. È successo con le teorie sessiste di Alessandro Strumia, che durante una conferenza al Cern di Ginevra ha affermato che «la fisica è stata inventata ed è fatta dagli uomini», solo pochi giorni prima che venisse conferito il Premio Nobel per la Fisica alla collega Donna Strickland. Ed è accaduto con le esternazioni misogine di Carlo Tavecchio – che nel 2014 definì le calciatrici «soggetti handicappati rispetto al maschio» – e Felice Bellotti, secondo il quale le donne sul campo erano solo «quattro lesbiche», per poi ritrovarsi nel 2018 con una squadra eccellente ai mondiali: quella femminile però, perché «i maschi» della Nazionale non sono riusciti a qualificarsi. Ma quella dei falsi miti e dei preconcetti demoliti è una storia antica: nel 19esimo secolo si credeva che le donne non potessero viaggiare sui treni, perché il loro corpo era «troppo delicato» e l’utero sarebbe «schizzato via», e negli Stati Uniti fino ai primi del Novecento le giurie nei processi penali erano composte esclusivamente da uomini, l’animo femminile era considerato troppo fragile per sopportare la descrizione dei crimini violenti, specie quelli sessuali. Ripercorriamo 11 battaglie sessiste che abbiamo vinto, nonostante il maschilismo

IL DIRITTO DI VOTO

Forse la più famosa battaglia femminista è quella che si concluse nel 1946, quando le donne riuscirono ad ottenere uno spazio nell’arena politica, con un dobbio debutto: da una parte la partecipazione alle decisioni con il diritto di voto, dall’altra la collaborazione concreta per la stesura delle legge. Nei fatti però, abbiamo dovuto aspettare il 2006 per ottenere dei numeri rappresentativi in Parlamento e il 2011 per lalegge 120 in materia di quote antidiscriminatorie di genere.

L’ACCESSO ALL’ISTRUZIONE

Sul fronte dell’istruzione, venne permesso soltanto nel 1874 l’accesso delle donne ai licei e alle università, anche se in realtà continuarono ad essere respinte le iscrizioni femminili. Ventisei anni dopo, nel 1900, risultavano comunque iscritte all’università in Italia 250 donne.

PRATICARE L’AVVOCATURA

Nonostante avessero frequentato tutti i corsi di studi e ottenuto la laurea, alle donne veniva comunque negato l’accesso alla carriera da avvocato. Nel 1881 infatti una sentenza del Tribunale annullò la decisione dell’Ordine degli avvocati di ammettere Lidia Poët, laureata in legge e procuratrice legale. La prima ad iscriversi all’albo, nel 1912, fu Teresa Labriola.

AVERE UN CONTO IN BANCA (O UNA CARTA DI CREDITO)

Fino all’Equal Credit Opportunity Act nel 1974, negli Stati Uniti le donne non avevano diritto ad un conto in banca, a meno che non fossero accompagnate dal marito o da parente, uomo ovviamente.

AVERE IL PROPRIO NOME SU UN PASSAPORTO

Nel 1920 avere un passaporto era piuttosto facile, se eri uomo. Alle donne poteva invece essere negato sulla base del fatto che il marito ne possedesse già uno: in questo caso il documento era ‘congiunto’ a nome dell’uomo e di «sua moglie».

ACQUISTARE LA PILLOLA ANTICONCEZIONALE

La pillola anticoncezionale fu approvata nel 1960 negli States, ma per molti anni venne negata alle donne single, per le quali era praticamente impossibile farne uso. In Italia approdò invece nel 1967 con il nome di Anovar, mentre le norme che ne abrogavano la vendita vennero abrogate solo nel 1976 dal ministro della Sanità.

BERE UN DRINK IN UN PUB

Fino all’approvazione di una legge del 1982, in Gran Bretagna, alle donne non accompagnate poteva essere legalmente negato l’acquisto di bevande nei pub.

ESSERE PROPRIETARIE DEI PROPRI BENI

La proprietà privata è stata riconosciuta un diritto della donna, e non del marito, solo nel Novecento. A partire dagli Anni ’40 le legislazioni statali statunitensi e britanniche cominciarono a proteggere la proprietà delle donne dai loro mariti, mentre per le donne single continuavano a non poter ereditare o firmare contratti di compravendita.

ENTRARE NELL’ESERCITO

La prima donna all’accademia militare statunitense di West Point è stata ammessa nel 1976. Mentre in Italia a legge n.66 del 1963 che permetteva l’impiego femminile nei pubblici uffici senza limiti alla carriera, escludendo però le mansioni militari a causa delle «naturali diversità biologiche fra uomo e donna». La possibilità di arruolamento delle donne arrivò solo con la legge n.380 del 20 ottobre 1999: ciò fece dell’Italia l’ultimo Paese membro della Nato a consentire l’ingresso delle donne nelle forze armato.

LAVORARE NELLA FINANZA

Le donne sono state ammesse alla London Stock Exchange solo nel 1973, dopo una dura battaglia femminista nel settore finanziario.

OTTENERE UN MUTUO

Fino agli Anni ’70, alle donne single non erano concessi mutui: nonostante avessero un lavoro ben retribuito e delle garanzie finanziarie, per loro serviva la garanzia di un uomo.

 

https://www.letteradonna.it/it/articoli/fatti/2018/10/02/sessimo-divieti/26722/?fbclid=IwAR3VMtTPK7WVbVTj3zCl35Vh3aV2rkRxueTCxO4aQWO0fL5KElzl7BWAAwM

Nov 082018
 

Da “R.it”. 02.10.2018

Zeinab Sekaanvand fu arrestata quando aveva 17 anni per l’omicidio del coniuge: era stata costretta a sposarlo quando ne aveva 15.

I numerosi appelli per la sua liberazione non sono serviti. All’alba è stata eseguita in Iran la condanna a morte di Zeinab Sekaanvand, la donna curda iraniana di 24 anni, che fu arrestata nel 2011, appena 17enne, per l’omicidio del marito che era stata costretta a sposare a 15 anni. E’ stata giustiziata insieme ad altri due detenuti nel carcere di Urmia, nel nord-ovest dell’Iran. “Non solo Zeinab era minorenne al momento del reato, ma il processo era stato gravemente irregolare. Aveva avuto assistenza legale solo nelle fasi finali del procedimento, nel 2014, quando aveva ritrattato la confessione, resa a suo dire dopo che agenti di polizia l’avevano picchiata su ogni parte del corpo” si legge in una nota di Amnesty International.

L’Iran è rimasto l’unico Paese al mondo a mettere a morte minorenni al momento del reato. Dal 2015, segnala Amnesty, vi sono state circa 90 esecuzioni del genere (di cui almeno 5 nel 2018) e nel braccio della morte restano in attesa dell’esecuzione almeno altri 80 minorenni al momento del reato. “L’esecuzione di Zeinab Sekanvand e le minacce di condanna a morte con il pretesto di combattere la corruzione non rispettano gli standard minimi di un giusto processo e devono essere condannate a livello internazionale”, ha dichiarato il portavoce di Ihr, Mahmood Amiry-Moghaddam. “Chiediamo in particolare ai Paesi europei che hanno un dialogo con l’Iran di condannare con fermezza queste condanne a morte ed esecuzioni illegali” ha aggiunto.

La vicenda di Zeinab risale al 2011. La giovane iraniana era stata costretta a sposare il marito a 15 anni. Poi gli abusi fisici e psicologici, fino a che non decise di farsi giustizia da sola. Quando è stata arrestata a 17 anni ha confessato, salvo poi ritrattare, accusando il fratello del marito di averla violentata e poi di aver commesso l’omicidio. Raccontò di essere stata trattenuta 20 giorni in una stazione di polizia e di aver subito ogni genere di tortura. 

Nonostante gli appelli per la sua liberazione, lanciati dalle principali organizzazioni che si occupano di diritti civili, il destino della giovane iraniana non è cambiato.  Il 29 settembre Zeinab era stata trasferita nel reparto ospedaliero della prigione di Urmia per essere sottoposta a un test di gravidanza, risultato negativo il giorno dopo. Di conseguenza, la direzione della prigione aveva contattato la famiglia per segnalare che l’ultima visita era stata fissata per il primo ottobre. Qui, i suoi parenti avevano appreso che l’esecuzione sarebbe avvenuta il giorno dopo.

 

https://www.repubblica.it/esteri/2018/10/02/news/iran_giustiziata_la_sposa-bambina_che_uccise_il_marito-207986262/?fbclid=IwAR1cBVPCrfoU0c_H79SnkCxrE2P5isCsMEtTq8CdoKLu6uus5f_4h8luZEU

Nov 082018
 

Da “Il Sole 24 ore”. 03.10.2018

“Il ddl Pillon potrebbe sollevare un serio conflitto di costituzionalità”. Parola di Fabio Roia, presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano, voce tra le più autorevoli nel panorama del contrasto alla violenza di genere. Profondo conoscitore del fenomeno, ha seguito il tema della tutela dei soggetti deboli prima in procura, poi dal 1991 come presidente di collegio. Suo il lavoro “Crimini contro le donne, politiche, leggi e buone pratiche” (Franco Angeli, 2017), un volume che raccoglie anni di studio e di esperienza in tribunale.

 

Dottor Roia, che idea si è fatta del ddl Pillon e del suo progetto di riformare il diritto di famiglia?

Si tratta di una riforma devastante su più fronti. Il primo è quello di palesare una manifesta sfiducia nei confronti dei giudici che devono applicare le norme e quindi devono leggere le singole vicende familiari. Teniamo presente che non è possibile codificare un unico intervento da parte del giudice laddove c’è una crisi nella relazione familiare: ogni crisi ha una sua connotazione, ogni rapporto ha una sua particolarità che deve essere analizzata, valutata e decisa dal singolo giudice. Ma c’è un secondo aspetto non meno grave: la riforma contenuta nel ddl Pillon è basata su una visione adultocentrica e poco proiettata all’interesse del minore.

In che senso?

Penso al doppio domicilio. E’ impensabile che un minore possa avere in maniera così meccanica due residenze, due luoghi di dimora, un padre e una madre di genere maschile e femminile rinnegando così tutte le altre unioni che sono riconosciute anche a livello giuridico interno. E soprattutto si tratta il minore come se fosse un ospite di due case diverse, di due stili di vita diversi. Questo può provocare dei danni nel bambino che a lungo andare può manifestare dei casi di scissione. Quando ero pubblico ministero ricordo il caso di due genitori separati che imponevano al minore una conformità obbligata a due stili di vita: questa povera bambina non aveva più una propria identità ma si conformava di volta in volta ai desiderata dei genitori. Questa non è altro che una forma di violenza nei confronti del minore.

Il ddl Pillon può avere dei profili di incostituzionalità?

Sì, assolutamente. Basti pensare alle convenzioni internazionali ratificate dal nostro Paese che in forza dell’articolo 117, comma 1 della Costituzione sono a tutti gli effetti leggi dello Stato. Quando il nostro Paese ratifica un accordo internazionale questo diventa una norma positiva per lo Stato italiano. Ci può essere quindi un conflitto con l’articolo 117 per alcuni principi del ddl Pillon in palese contrasto con alcune convenzioni. Penso a quella di New York e di Istanbul che pongono al centro della contesa tra adulti l’interesse del bambino. E che pongono i genitori sul piano di una responsabilità che deve essere esercitata ma sempre nell’interesse del minore. Non esiste un diritto a essere padre o madre a prescindere dal diritto del minore. Ma c’è un diritto a essere padri e madri sempre mettendo al primo posto il benessere del proprio figlio. L’impianto del disegno di legge sconfessa questa impostazione.

Che cos’è la sindrome di alienazione parentale ovvero alienazione genitoriale o manipolazione?

Si tratta di una falsa sindrome, nel senso che sotto il profilo di patologia non ha avuto nessun tipo di riconoscimento scientifico perché non è mai stata inclusa nei manuali delle malattie psichiatriche che è il Dsm. E quindi non ha ottenuto una validazione. Oggi non si chiama più sindrome ma viene definita come atteggiamento che viene descritto nell’ambito di tutte le esperienze di separazione, sia in presenza che in assenza di violenza dove si ritiene che un genitore possa manipolare il bambino mettendolo contro l’altro attraverso una sorta di “brain washing”, cioè un lavaggio del cervello, facendo in modo che il figlio non voglia frequentarlo.

Secondo la sua esperienza questo fenomeno esiste?

Questo atteggiamento può esistere ma non è un fenomeno. Noi non abbiamo dati di accertamento su una proliferazione di massa di queste manipolazioni. Mi spiego: la violenza contro le donne è un fenomeno perché tutti i dati nazionali, internazionali, europei, giudiziari e di analisi Istat ci dicono che normalmente nei procedimenti penali per violenza la donna è vittima nel 90% dei casi. L’alienazione parentale, al contrario, può esistere ma si tratta di singole vicende che possono essere analizzate e risolte dai tribunali. Non si tratta certamente di un fenomeno.

L’attuale legge sull’affidamento condiviso basta a risolvere i problemi legati alla separazione e al divorzio?

E’ una buona legge ma deve essere applicata meglio. E mi riferisco alle conclusioni della commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio approvata all’unanimità dal Parlamento che dice che spesso nelle vicende di separazione il giudice civile disattende l’articolo 31 della Convenzione di Istanbul, quindi una norma dello Stato perché ratificata dall’Italia. L’articolo 31 stabilisce che la violenza agita dal padre nei confronti della madre – e dico padre perché sono i casi statisticamente più numerosi – in presenza dei minori o anche senza che il bambino vi assista, deve essere letta, analizzata e giudicata dal giudice della separazione. Questo spesso non avviene nei nostri tribunali. Non avviene da parte di alcuni degli assistenti sociali, da parte di alcuni consulenti tecnici e da parte di alcuni giudici civili. Quindi oggi il problema è esattamente opposto: la violenza domestica in Italia non viene giustamente e correttamente pesata nelle cause di separazione e di divorzio.

Anche il Csm si è pronunciato sulla questione. Cosa ha stabilito?

Con una risoluzione molto importante per noi magistrati, il 9 maggio 2018 al termine di un’istruttoria profonda fatta nei tribunali, il Csm è giunto alle stesse conclusioni: i giudici della separazione devono leggere e sapere quello che fa il collega del penale quando c’è un caso di violenza familiare. E ci dà alcune indicazioni per porre rimedio a questa lacuna tra cui quello di valorizzare il ruolo del pm negli affari civili.

E tutto questo come si concilia con la riforma sull’affido condiviso presentata al Senato?

In nessun modo. Noi abbiamo il problema esattamente opposto a quello che il ddl Pillon vorrebbe tentare di risolvere.

Come risponde allora a chi lamenta uno squilibrio nel trattamento riservato ai padri nei tribunali italiani?

E’ una posizione. Come lo è quella dei centri anti-violenza che lamentano una discriminazione nei confronti delle madri nei casi di violenza domestica. Quando una donna vittima di violenza viene poi costretta in nome della bigenitorialità a favorire gli incontri tra il figlio e il padre violento subisce una forma di vittimizzazione secondaria. E’ questo il vero problema oggi, secondo me.

Come mai allora a oggi, nonostante tutti gli sforzi, non si riesce a contrastare l’uso della Pas nei tribunali?

E’ una disfunzione culturale. Bisognerebbe fare una grande opera di formazione su tutti gli operatori che fanno le indagini sulla famiglia: mi riferisco agli assistenti sociali e ai consulenti tecnici. Perché alcuni di questi operatori leggono la violenza e la pesano, altri ritengono che non sia di loro competenza ma del giudice penale. Questo atteggiamento è profondamente sbagliato: perché quando un giudice deve valutare l’idoneità di un genitore a svolgere il suo ruolo, deve valutare anche l’esistenza o meno di comportamenti violenti. Non può essere qualcosa di separato. Quando un bambino si rifiuta di vedere un genitore, penso ai casi di violenza domestica, potrebbe legittimamente non volerlo frequentare a seguito di traumi innescati dai comportamenti violenti di quel genitore. E invece spesso si dice che quel bambino è stato alienato dalla madre.

 

 

Roia, il giudice anti-violenza: “Il ddl Pillon è incostituzionale”

Ott 022018
 

Da “La Stampa Italia”. 01.10.2018

Presentazione sessista a un convegno. Anche l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare prende le distanze: «Dichiarazioni inaccettabili». «La fisica? Non è donna». Questa frase, pronunciata nel corso di un workshop organizzato a Ginevra lo scorso 28 settembre, è valsa la sospensione dal Cern con effetto immediato per Alessandro Strumia, docente all’Università di Pisa (che ieri ha avviato un procedimento etico nei suoi confronti e non esclude nemmeno quello disciplinare) e ricercatore nella struttura (peraltro) guidata da Fabiola Gianotti. Una tesi, quella del ricercatore, sostenuta col supporto di 26 diapositive. Partecipando a una conferenza su «Fisica delle alte energie e gender», Strumia ha affermato che «la fisica è stata inventata e costruita dagli uomini e l’ingresso non è su invito». Le donne, a suo dire, non sono portate per le materie scientifiche. Motivo per cui non c’è da indignarsi rispetto a un’eventuale scelta di tenerle fuori da un consesso tra addetti ai lavori.

 

https://www.lastampa.it/2018/10/01/italia/la-fisica-non-donna-il-cern-sospende-il-ricercatore-eTiP9aNSEOpmkyCdmtnvfK/pagina.html

Ott 022018
 

Da: “Il Corriere della Sera”. 29.09.2018

Un minorenne è stato arrestato dalla polizia: ha impugnato un coltello per difendere la mamma che, per l’ennesima volta, veniva aggredita e picchiata dal suo uomo. Un ragazzo di 14 anni è stato arrestato dalla Polizia a Sassari dopo aver accoltellato il compagno della madre. Il minorenne ha impugnato un coltello per difendere la mamma che, per l’ennesima volta, veniva aggredita e picchiata dal suo uomo. L’episodio è avvenuto venerdì sera, nella zona di via Napoli, al centro della città: sul posto sono intervenuti gli agenti della squadra Volanti della Questura di Sassari e il 118. Il ferito è stato trasportato all’ospedale Santissima Annunziata, dove si trova ricoverato in gravi condizioni. Il minorenne, arrestato, è stato accompagnato in una Comunità terapeutica per adolescenti, su disposizione della Procura di Sassari. 

Due coltellate: una al collo e una all’addome. Così il ragazzo di 14 anni ha colpito il convivente della madre, per difenderla dalla violenza dell’uomo. Secondo la ricostruzione dell’episodio, fatta dagli agenti, tutto è iniziato intorno alla mezzanotte: l’uomo ferito stava litigando con la sua compagna; lei si era chiusa in bagno per sfuggirgli e lui ha frantumato la porta a vetri per raggiungerla. A quel punto il figlio della donna ha impugnato un coltello da cucina e si è scagliato contro l’uomo per difendere la mamma. Poi il ragazzo è scappato in preda al panico.

 

https://www.corriere.it/cronache/18_settembre_29/sassari-14enne-accoltella-compagno-madre-difenderla-botte-e4fc88fc-c403-11e8-af74-9a32bd2d1376.shtml