vanna ugolini

Set 232020
 

Da “Il Corriere della Sera”. 14.09.2020

L’uomo fermato dai carabinieri: «Non volevo uccidere nessuno, ma dare una lezione».

Le prime notizie sabato raccontavano di una 18enne morta la sera prima perché aveva perso il controllo dello scooter a Caivano (Napoli), forse per colpa di un pirata, e un’altra persona a bordo rimasta ferita. Le indagini dei carabinieri hanno portato alla luce una verità agghiacciante. A speronare la moto guidata da Maria Paola Gaglione sarebbe stato il fratello Michele, 30 anni. Entrambi vivevano al Parco verde di Caivano, agglomerato già teatro dell’uccisione nel 2014 della piccola Fortuna Loffredo L’avrebbe inseguita per punirla perché non sopportava che lei avesse una relazione stabile con il ragazzo trans che era con lei sullo scooter, biologicamente donna ma che si identifica come uomo e conosciuto con un nome maschile.

La ricostruzione
Michele Gaglione avrebbe utilizzato il proprio scooter per speronare quello della sorella, che dopo l’impatto è finito contro la recinzione di un campo. Maria Paola ha sbattuto contro un tubo di un impianto di irrigazione ed è deceduta sul colpo. Il fratello non si sarebbe preoccupato di lei ma si sarebbe scagliato sull’altra persona ferita colpendola violentemente. Fermato dai carabinieri della caserma di Acerra avrebbe detto ai militari, come riportato dal Mattino: «Ho fatto una stronzata. Non volevo uccidere nessuno, ma dare una lezione a mia sorella e soprattutto a quella là che ha “infettato” mia sorella che è sempre stata “normale”».

Omicidio preterintenzionale e violenza provata
Inizialmente il fratello rispondeva di lesioni personali, morte come conseguenza di un altro delitto e violenza privata, ma la sua posizione si è aggravata e il 30enne è finito in cella per omicidio preterintenzionale e violenza privata aggravata dall’omofobia.

La versione della famiglia
«Michele era uscito per convincere la sorella Maria Paola a rientrare a casa ma non l’ ha speronata, è stato un incidente». È questa la versione dei fatti fornita dalla famiglia di Maria Paola e Michele Gaglione – e riportata dal parroco del Parco Verde di Caivano don Maurizio Patriciello – in merito all’ incidente.
Su Facebook, subito dopo la tragedia la mamma del ragazzo trans che aveva una relazione con Maria Paola, ha gridato tutto il suo dolore, accusando apertamente Michele Antonio «di aver commesso deliberatamente un omicidio perché non sopportava che la sorella frequentasse un uomo trans. I figli si accettano così come vengono. Paola riposa in pace».

«Amore mio»
«Amore mio…, oggi sono esattamente 3 anni di noi, 3 anni. A prenderci e lasciarsi in continuazione… avevo la mia vita come tu avevi la tua.. ma non abbiamo mai smesso di amarci.. dopo 3 anni ti stavo vivendo ma la vita mi ha tolto l’amore mio più grande la mia piccola. Non posso accettarlo, perché Dio non ha chiamato me? Perché proprio a te amore mio.. non riesco più a immaginare la mia vita senza te.. non ci riesco». Queste le parole su Instagram del ragazzo trans col quale Maria Paola aveva una relazione Lgbt, quella relazione malvista dal fratello della giovane che ha speronato lo scooter sul quale viaggiavano i due.

La visita di Don Patriciello

Don Patriciello ha visitato la famiglia di Maria Paola e Michele Gaglione, 18 anni appena compiuti lei (e non venti come si era appreso in un primo momento) e trenta lui. Sono loro i protagonisti di quest’ultima orribile storia – insieme con il fidanzato di Maria Paola, il trans di 22 anni – che ha per protagonista il Parco Verde di Caivano. Li ha battezzati entrambi, li ha visti crescere. Nella messa delle 10 ha ricordato i due fratelli con una preghiera. «Non c’è da meravigliarsi – spiega – qui le istituzioni non ci sono. La gente perbene se ne va e le loro case vengono occupate dai malavitosi. Ma nessuno interviene. Nonostante sia stata dichiarata la più grande piazza di spaccio d’ Europa, il Parco Verde continua ad essere il regno degli spacciatori. Solo qui tutti vanno in moto senza casco. Per non parlare della mamma della piccola Fortuna Loffredo (la bimba al centro di un caso di abusi) che è riuscita a rifarsi una vita andando in Emilia Romagna senza che le istituzioni le abbiano dato un centesimo. È stata aiutata da noi e da nessun altro». Don Patriciello dice di sentirsi solo e pur precisando che non si tratta di una resa ma di un normale avvicendamento annuncia che tra poco anche lui lascerà Caivano e il Parco Verde. «Anche Papa Francesco si è occupato di Caivano – ricorda – ma una volta spenti i riflettori il quartiere è stato abbandonato a se stesso. Tra un po’ andrò via, sto qui da 30 anni, e auguro il meglio a chi verrà dopo di me. Ma senza lo Stato chiunque verrà non potrà andare oltre la celebrazione di funerali e matrimoni. Qui non c’è futuro, abbiamo perso tutti».

«Una legge seria contro l’omotransfobia»
«La morte di Maria Paola Gaglione, 18enne di Caivano del Parco Verde, Napoli, è la storia di una ragazza lesbica, non accettata dalla famiglia e maltratta per questo lei e la compagna accusata di averla «infettata con l’omosessualità. Storia terribile, finita venerdì con lo speronamento del motorino e l’aggressione alla compagna, da parte del fratello di Paola, mentre fuggivano per la libertà. Il Fratello è ora agli arresti, come appreso dalla stampa». Così Fabrizio Marrazzo, portavoce del Gay Center. «Quanto accaduto, dimostra quanto siano duri i contesti che da tempo denunciamo con il nostro numero verde Gay Help Line 800 713 713 – dichiara Marrazzo, Responsabile Gay Help Line – per questo serve una legge seria contro l’omotransfobia, che prevenga situazioni di questi tipo e che senza dubbi condanni le dichiarazioni che vedono l’omosessualità come una malattia o qualcosa di inferiore, mentre l’emendamento «Salva Opinioni Omofobe», voluto da Costa (ex FI) ed approvato dalla maggioranza, renderebbe queste espressioni lecite. Espressioni e pregiudizi per i quali Paola è stata uccisa. Questo emendamento va cambiato e vanno resi certi i supporti per i centri di protezione, da noi richiesto e previsti dalla legge contro l’omotransfobia, che potevano garantire una protezione e la libertà a Paola ed alla compagna, che ora la commissione bilancio sembra che li voglia ulteriormente limitare.» «Chiediamo giustizia per Paola, il colpevole non è solo il fratello, ma anche gli altri familiari che la hanno maltrattata ed hanno consentito quanto accaduto senza proteggerla e senza denunciare», conclude Marrazzo.

Reazioni di sdegno e condanna dei fatti sono arrivati da molti esponenti politici che hanno condannato il gesto: da Giorgia Meloni a Nicola Zingaretti a Mara Carfagna e Paolo Gentiloni.


https://www.corriere.it/cronache/20_settembre_13/insegue-sperona-sorella-perche-ha-relazione-gay-22enne-muore-cadendo-scooter-85ff16c0-f594-11ea-9237-257205f52e6d.shtml?fbclid=IwAR0EhfAdWzY_u9xLhok2HvFcnfA89LVImPOeDzhJ-Mnnr2hPUcxhS4neGG8


 









Set 232020
 

Da “Fanpage”. 08.09.2020

La donna di 46 anni è stata brutalmente uccisa in Svizzera lo scorso 2 settembre, mentre cercava di difendere tre bambini da un’aggressione. Teresa Scavelli, madre di tre figli, lavorava come baby sitter presso una famiglia di Sankt Gallen. I funerali si sono svolti domenica a Palù, in provincia di Verona.

Teresa Scavelli, una donna di 46 anni, è stata brutalmente uccisa sul lavoro, mercoledì 2 settembre, mentre tentava di difendere tre bambini dall’aggressione di un ragazzo svizzero di 22 anni, che aveva gravi problemi psichiatrici. La storia è stata raccontata dalla madre, che al Corriere della Sera, nel giorno del funerale della figlia, ha raccontato della donna, madre di tre figli, che viveva in Svizzera, facendo la baby sitter per assicurare alla famiglia un buon tenore di vita. Si occupava di due bambine, era stata assunta da una famiglia di Sankt Gallen, nella Svizzera tedesca.

Teresa, per tutti Terry, è stata riportata a casa in una bara: “Andava bene anche sfregiata invece che in una bara”, ha detto la mamma Rita. “Non ha salvato una sola bambina, come dicono. Ne ha salvati tre” ha raccontato l’anziana. “Lei era fatta così, si è sempre presa cura dei più deboli, lo avrebbe fatto anche se fossero stati estranei ma quei bambini erano come figli per lei. Per le due sorelline era la baby sitter e poi c’era in casa il bimbo di quattro anni della vicina del piano di sopra. Teresa ha visto dalla finestra che il bastardo stava seguendo le due bambine che tornavano da scuola, è corsa verso di loro per proteggerle, è riuscita a portarle a casa al sicuro ma quello era un demonio, si è infilato dentro assieme a loro e ha fatto quel che ha fatto…”.

L’assassino si chiamava Steve, e la stampa locale di lui ha scritto che era stato più volte ricoverato per gravi problemi psichiatrici, e aveva anche problemi di droga. Sul suo profilo Instagram inneggiava all’Islam, ma se la prendeva anche con gli immigrati e con il movimento ‘black lives matter’.

Teresa ha cercato di frapporsi tra la furia di quell’uomo violento e i piccoli. Lui ha reagito e dopo aver afferrato una padella di metallo si è scagliato contro di lei, colpendola alla testa più volte. In casa c’era anche un’altra donna, ed è stata lei a chiamare la polizia. La donna aveva anche provato a intervenire nella colluttazione, per aiutare Teresa, procurandosi ferite non gravi. Ma non c’è stato nulla da fare.

Quando la pattuglia è arrivata Teresa era ancora viva e l’assassino era ancora su di le, e continuava a colpirla con violenza. Gli agenti gli hanno intimato di fermarsi e alzare le mani, ma lui non li ha ascoltati e i poliziotti sono stati costretti a sparare. L’omicida è deceduto accanto a Teresa, che era già in fin di vita mentre l’ambulanza la portava via. La donna è morta poi in ospedale. “L’ultima volta che ho sentito la sua voce – ha raccontato ancora mamma Rita – è stata una mezz’ora prima che morisse. E pensa il destino…abbiamo parlato delle condoglianze che voleva fare ai parenti di una persona morta giovane”.

La storia di Teresa

Teresa Scavelli era di origini calabresi, di Cotronei (in provincia di Crotone) dove vive ancora l’anziana madre. Lei e suo marito, Salvatore Elia, erano partiti in cerca di lavoro ed erano approdati a Palù e poi a Oppeano, in provincia di Verona. Poi sono arrivati i primi figli. Terry aveva 16 anni quando è nato il suo primogenito, Giuseppe, che oggi ha 30 anni. Poi è arrivato Simone, 28, e infine Sarah, 24, studentessa universitaria che vive a casa con il padre (i fratelli hanno lasciato ormai la casa paterna). Quattro anni fa Teresa aveva poi scelto di partire per la Svizzera, con la promessa di uno stipendio migliore. I funerali si sono svolti domenica, nella chiesa di Palù. Per i suoi tre figli, che stringevano tra le mani una sua fotografia, Teresa era “una madre meravigliosa”.

https://www.fanpage.it/attualita/teresa-scavelli-la-baby-sitter-morta-per-salvare-tre-bambini-da-unaggressione/

 

 

 

 

Set 232020
 

Da “Huffington post”. 28.08.2020

Scorrendo gli insulti gratuiti e crudeli alla modella scelta da Gucci c’è da rabbrividire. La sua colpa? Non essere abbastanza bella secondo i disprezzatori professionisti.
Set 232020
 

Da “Latina Oggi”. 18.08.2020

Latina – Ragazzine che si travestono da maschi e corteggiano coetanee, poi la sorpresa. Gli effetti

Set 232020
 

Da”Dire”. 08.09.2020

La relazione, presentata da Valeria Valente, è stata approvata alla quasi unanimità: obiettivo prioritario è la revisione dell’intesa Stato-regioni del 2014 relativa “ai requisiti minimi dei centri antiviolenza e delle case rifugio

ROMA – È stata approvata dal Senato all’unanimità (212 favorevoli) e con parere favorevole del Governo, la risoluzione sulla ‘Relazione sulla governance dei servizi antiviolenza e sul finanziamento dei centri antiviolenza e delle case rifugio‘, approvata dalla Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio il 14 luglio 2020 e proposta oggi in discussione a Palazzo Madama dalla senatrice Pd, presidente della Commissione, nonchè relatrice del documento, Valeria Valente.
L’indagine, che ricostruisce in 34 pagine il sistema istituzionale antiviolenza italiano, la storia e il ruolo rivestito in Italia in questo campo dalle associazioni di donne e il sistema di finanziamento di centri antiviolenza e case rifugio, individuandone le criticità, ha l’obiettivo di essere da stimolo e supporto di una revisione dell’intesa Stato-regioni del 2014 relativa “ai requisiti minimi dei centri antiviolenza e delle case rifugio”. Tale obiettivo viene definito, in premessa di relazione, “obiettivo prioritario non più rimandabile” e “primo necessario passaggio verso l’elaborazione di una riforma organica della normativa”.

Sono “due le principali criticità” messe in evidenza dalla relazione, dichiara in apertura di discussione Valente: la “carenza delle risorse” destinate a centri antiviolenza (cav) e case rifugio (secondo un rapporto della Corte dei conti del 2016 citato nella relazione, infatti, l’importo medio annuale dei finanziamenti pubblici a disposizione era di circa 6mila euro, ndr) e il fatto che “queste risorse spesso non riescono ad essere certe” e che “ancora rischiamo arrivino due anni dopo il loro stanziamento. Non è un bene che le operatrici siano per la maggior parte volontarie” e che “i fondi siano stanziati anno per anno”, sostiene Valente: occorrono “programmazioni almeno triennali”, tali da garantire una maggiore stabilità ai progetti di uscita dalla violenza realizzati dei cav.

Centri antiviolenza riconosciuti dalla relazione come “l’anello più prezioso dell’intera catena, senza il quale il sistema non potrebbe reggere”, sostiene Valente, luoghi dove “le donne vengono credute, ascoltate” e dove ci sono “professionalità e specializzazioni”.

Anche per questo, con l’atto di indirizzo approvato oggi, la Commissione chiede “una revisione dei criteri per l’aggiudicazione delle risorse“, che, si legge sulla relazione, “finisce ‘per favorire gli erogatori di servizi generici, i quali tendono a ridurre al minimo i costi complessivi, a spese delle associazioni di donne specializzate, che invece danno la priorità alle esigenze delle vittime, conformemente all’approccio incentrato sulla vittima previsto dalla Convenzione’”.

Per la Commissione femminicidio è necessario: “individuare in modo chiaro i soggetti che possono candidarsi a gestire” i servizi antiviolenza; “capire quali siano i requisiti strutturali e organizzativi”, oltre che metodologici, dei centri; andare verso il superamento “dell’offerta economicamente più vantaggiosa”, definita dalle esperte del Grevio (Group of experts on action against violence against women and domestic violence) una “cattiva pratica”; e rafforzare il “ruolo dei centri antiviolenza all’interno delle reti territoriali”. Altro indirizzo di riforma da perseguire, continua Valente, è “l’omogeneizzazione dei modelli di governance territoriali, molto differenziati da Regione a Regione, con criteri sulla formazione” e “accreditamenti più stringenti”, valorizzando davvero i centri che fanno della cultura della centralità della donna e del potenziamento delle sue capacità di autonomia “un asset”.

In conclusione, la relazione stila una serie di raccomandazioni e orientamenti di riforma, chiedendo di: implementare le risorse destinate al contrasto della violenza, semplificando e velocizzando il percorso dei finanziamenti; “verificarne l’effettiva erogazione ai centri antiviolenza e alle case rifugio attraverso un sistema di monitoraggio più efficace e potenziare la governance centrale del sistema”; promuovere “un’analisi territoriale dei bisogni coinvolgendo gli enti gestori specializzati di centri antiviolenza e case rifugio in tutti i livelli decisionali”.

Due gli strumenti individuati dalla Commissione per gettare le basi di tale intervento di riforma: “la revisione dell’intesa Stato-regioni del 2014” e “l’istituzione di un osservatorio nazionale permanente, con compiti di valutazione indipendente dell’intero sistema dei servizi dedicati al contrasto della violenza contro le donne, di monitoraggio dell’implementazione delle azioni previste e di controllo degli standard di qualità dei servizi antiviolenza”.

https://www.dire.it/08-09-2020/500090-violenza-donne-approvata-relazione-commissione-femminicidio-su-centri-anti-violenza/?fbclid=IwAR2m9PzG8JideoUoJSMV2twi83poLKBIId7l4RbLSeJMyhrO8ZSqETetpBo
Set 232020
 

Da “La Repubblica”. 13.09.2020

Acerra: secondo le indagini il giovane, arrestato, non accettava il rapporto della ragazza con un transgender, adesso ricoverato in ospedale. Don Patriciello: “La famiglia di Maria Paola è distrutta. Michele non l’ha speronata, è stato un incidente”. Una ragazza di 20 anni, Maria Paola Gaglione, ha perso la vita in via degli Etruschi ad Acerra cadendo rovinosamente dal motorino mentre, insieme al suo compagno, percorreva la strada provinciale Cancello-Caivano. Ma quello che in un primo momento era apparso come un gravissimo incidente stradale, con il passar delle ore si è trasformato in un’altra storia, delineandosi come il drammatico epilogo di una relazione osteggiata dalla famiglia per ragioni di genere.

Su disposizione della Procura di Nola, il fratello maggiore di Maria Paola, Michele, è agli arresti con l’accusa di omicidio preterintenzionale. Secondo l’accusa avrebbe inseguito e speronato lo scooter della sorella provocandone la caduta rivelatasi fatale. È in ospedale, ferito ma non in gravi condizioni, il compagno di Maria Paola, un ragazzo trans, nato di sesso femminile che si percepisce uomo. Tra i due il rapporto era molto forte, al punto che avevano deciso di convivere, trasferendosi da Caivano ad Acerra. Ma il legame non sarebbe stato accettato dalla famiglia di Maria Paola e questo avrebbe determinato il gesto che ha portato all’arresto del fratello della ragazza.

Nella ricostruzione degli investigatori (indagano i carabinieri di Castello di Cisterna) Michele, in sella al suo ciclomotore, avrebbe inseguito la sorella e il compagno per diversi chilometri, colpendo il loro motorino fino a provocarne la caduta che ha causato la morte della ventenne. Le indagini sono condotte dalla pm Patrizia Mucciacito coordinata dal procuratore Laura Triassi. In un primo momento, i magistrati avevano ipotizzato l’accusa di “morte in conseguenza di un altro reato”, poi modificata in omicidio preterintenzionale. Ora il provvedimento passa al vaglio del giudice che dovrà decidere sulla convalida alla presenza dell’avvocato difensore dell’indagato, Domenico Paolella. L’udienza è fissata per lunedì 14 settembre. 
Su Facebook, la madre del ragazzo trans ha pubblicato un post carico di rabbia dal quale si desume l’ipotesi che la coppia fosse stata già minacciata in passato. Ma sono righe piene anche di amarezza, quando la donna ricorda che “i figli si accettano” e chiede che Paola adesso possa “riposare in pace”. È sconvolta Daniela Lourdes Falanga, presidente di Antinoo Arci Gay Napoli, che sottolinea: “Non si può negare una vita per la felicità di due persone. Se la rabbia e il dolore di questa madre confermeranno i fatti, non si potranno abbassare sipari di omertà. Troppo spesso i compagni e le compagne delle persone trans diventano prede della transfobia, subendo offese e umiliazioni”. Il segretario dell’Arci Gay, Antonello Sannino, avverte: “Purtroppo non parliamo di casi isolati. Abbiamo notizia di altre situazioni di sofferenze in famiglia che rischiano di avere conseguenze molto gravi”.
Diversa la versione dei fatti fornita dalla famiglia di Maria Paola e Michele Gaglione – e riportata dal parroco del Parco Verde di Caivano don Maurizio Patriciello: «Michele era uscito per convincere la sorella Maria Paola a rientrare a casa ma non l’ ha speronata, è stato un incidente». Aggiunge il parroco: «È una famiglia distrutta e che non si dà pace per una figlia appena maggiorenne. Ma stiamo attenti a dipingerla come una storia di omofobia. Forse non sanno nemmeno cos’è. Quel che è vero è che non erano preparati e non vedevano di buon occhio la relazione con Ciro ma so che si stavano abituando all’idea. Tuttavia erano preoccupati perché Maria Paola era andata via di casa a soli 18 anni e temevano per un futuro senza lavoro e più che mai incerto».

https://napoli.repubblica.it/cronaca/2020/09/13/news/sperona_e_uccide_la_sorella_nel_napoletano_ferito_il_compagno_trans-267102124/?fbclid=IwAR2pRhb2_sPDYwi8zWmoI6GEaSDh06X8n4P5JB0tdk2XVcb7KKN1oA3RzWU

Set 232020
 

Da “La Repubblica”. 21.09.2020

“D’ora in poi, Iris, potrai goderti la vita in solitaria che hai sempre voluto fare”. Con queste parole crudeli Claudio Baima Poma, l’assassino e suicida che prima di uccidersi ha ammazzato con un colpo di pistola il figlioletto di 11 anni, ha chiuso un lungo post su Facebook col quale ha cercato di scaricare sull’ex moglie la responsabilità della morte innocente del loro bambino. 
Nel post, una sorta di testamento morale dai toni vendicativi, l’omicida torinese descrive se stesso come vittima, elencando un’escalation di problemi fisici e psicologici dei quali secondo lui la moglie – poi divenuta ex moglie – negli anni non si sarebbe presa sufficientemente cura. Il risentimento che traspare dalle parole del post di Claudio Baima Poma è antico, ma lucido, e a dispetto della lunghezza non mostra la minima capacità autocritica. Persino la depressione e il mal di schiena di cui l’assassino nel post dichiara di soffrire – patologie che non portano a istinti omicidi – sono usate come armi retoriche contro l’ex compagna, descritta come una creatura egoista che non si è presa sufficiente cura della debolezza dell’assassino, restandogli vicino anziché lasciarlo.
L’intenzione del post è tristemente chiara: non si tratta di una lettera privata, ma di uno scritto pubblico messo sul più popolare dei social network, davanti agli amici comuni e alla famiglia, con l’intenzione evidente di lasciare la propria versione dei fatti a spiegazione del gesto omicida, come se un mal di schiena o una depressione potessero spiegare un colpo di pistola su un bambino di 11 anni.

Quel che traspare invece dal post è una storia terribile di possessività e egoismo. Anche da morto l’omicida ha voluto fare del male all’ex compagna, dalla quale non aveva mai accettato la separazione. L’incapacità di rifarsi una vita e di vedere lei rifarsi la propria senza di lui ha spinto Claudio Bauma Poma a togliere la vita al figlio per lasciare alla donna da cui si sentiva defraudato, oltre al vuoto incolmabile della perdita del loro bambino, anche il senso di colpa di poterne in qualche modo essere la causa. Per se stesso invece ha chiesto di essere accompagnato dai motociclisti in Harley Davidson, in una sorta di corteo d’onore a cui evidentemente pensava di avere diritto. Purtroppo molti commenti sotto al post dell’assassino rivelano che c’è ancora molta gente che questo delirio di possesso lo chiama “amore”.

https://www.repubblica.it/cronaca/2020/09/21/news/il_caso_dell_operaio_che_uccide_il_figlio_chiamiamolo_possesso_e_non_amore_-268046819/?ref=001122&fbclid=IwAR2cO1e54UfmDEvjLeRrXMyi4OJX2EYc9BFPxlmbBzNtmDh4ii3ojXPKEyQ

Set 232020
 

Da “Donna fanpage”. 18.09.2020

Al liceo Socrate di Roma la vicepreside invita le alunne a non scoprire le gambe per non attirare l’attenzione dei professori. La Francia dice stop a crop top, minigonne e make up per le studentesse di liceo perché “eccitano la popolazione maschile”. In entrambi i casi le ragazze non ci stanno e protestano sui social e nelle aule

“Niente minigonne a scuola, sennò ai prof cade l’occhio”. La vicepreside del liceo Socrate di Roma ha così invitato le studentesse dell’ultimo anno a lasciare nell’armadio qualunque abbigliamento lasci le gambe scoperte. La donna ha anche argomentato: “I banchi di Arcuri non sono ancora arrivati, e quindi sedute sulle sedie si vede troppo”. Le giovani però non ci stanno, e al quarto giorno di scuola, si presentano in massa in minigonna per esprimere la loro libertà e il totale disappunto verso quel “consiglio” della vicepreside che strizza l’occhio a una totale discriminazione e giustificazione verso la censura. Un po’ come quanto sta accadendo in Francia, dove sono stati messi al bando, in alcuni istituti e licei francesi, crop top, minigonne, t -shirt che lascino scoperto l’ombelico e qualunque tipo di makeup. A tantissime studentesse che indossavano abiti ritenuti non idonei è stato vietato l’ingresso a scuola. “Eccitano la popolazione maschile”. Questo è quello che si sono sentite rispondere le ragazze del liceo Pierres Vives, di Carrières-sur-Seine, in risposta alla loro petizione che chiedeva piena libertà di abbigliamento a scuola.

Le studentesse francesi protestano sui Social

Per manifestare la piena libertà, è nato un movimento di protesta delle studentesse, che è sbarcato sui social raccogliendo numerose testimonianze di ragazze che indossano vestiti “proibiti”, a dimostrazione che no, non sono affatto scandalosi. Con l’hashtag #lundi14septembre e #liberationdu14 e oltre 29 mila vsulaizzazioni su TikTok, le adolescenti hanno voluto denunciare una circolare che giudicano lesiva della loro libertà personale. In alcuni video vediamo le giovani con larghi maglioni e gonne fin sotto sotto al ginocchio pian piano spogliarsi e mostrare il loro abbigliamento reale, fatto di shorts e top corti. Al movimento studentesco si sono unite anche numerose associazioni femministe che denunciano quanto accaduto e sottolineano l’aspetto principale: l’abbigliamento femminile che diventa il mezzo per colpevolizzare le donna

L’aspetto più grave e inquietante di quanto accaduto, è la sessualizzazione dell’abbigliamento. Ogni centimetro scoperto del corpo di queste ragazze viene visto come una tentazione per l’occhio maschile che le guarda, in questo costante gioca a perdere di sensualità non esplicitata. Qui parliamo di ragazze, per lo più minorenni, a cui viene vietato un top perché ritenuto “eccitante”. Verrebbe spontaneo fermarsi un attimo e riflettere: la colpa è in quella maglietta o nello sguardo sessualizzante di un maschio adulto? Credo che bisognerebbe soffermarsi sul secondo aspetto, che è fondamentale.

La libertà di una donna e la sessualizzazione del suo corpo
Dove c’è possibilità di eccitazione, di impulso sessuale non ricambiato, scatta la censura. Lo abbiamo già visto fare giorni fa al Musée d’Orsay, quando una visitatrice è stata messa alla porta per una scollatura giudicata “troppo audace”. Incredibile a pensarci, sapendo che oltre la porta di quel museo i muri sono letteralmente ricoperti di affreschi dove il nudo femminile è il centro della narrazione su vita e bellezza. Ma si sa, un quadro è inafferrabile, un corpo in carne e ossa invece non lo è. E di nuovo si torna a considerare gli istinti maschili come qualcosa di animalesco che non può essere controllato, da cui la donna ha il dovere di difendersi. E se nel frattempo la facciamo sentore un po’ in colpa per aver solamente pensato di poter scoprire il proprio corpo e mortificarlo, tanto di guadagnato. L’ipocrisia di relegare un corpo femminile alla legittimazione dello sguardo maschile è ancora più forte quando si parla di adolescenti. In quei licei francesi non si tratta di vestirsi in maniera consona all’ambiente scolastico, altrimenti anche i ragazzi avrebbero avuto il divieto di indossare pantaloni corti.

La sessualizzazione costante del corpo della donna continua a essere il problema in ogni ambiente. Come ci si deve vestire per un colloquio di lavoro senza risultare sciatta, ma neanche troppo provocante da risultare “una facile”? Cosa indossare a scuola senza provocare eccitazione maschile? E durante un esame universitario? E all’esame per la patente di guida? Ogni minuto sprecato davanti all’armadio in cerca di rispondere a queste domande è tempo sottratto alla libertà di essere chi siamo.

https://donna.fanpage.it/niente-minigonne-senno-al-prof-cade-locchio-a-roma-come-in-francia-la-scuola-censura-le-ragazze/

Set 232020
 

Di “Sara Sesti”.

Fu la più famosa delle ”Mulieres Salernitanae”, le Dame della Scuola Medica di Salerno, dove la scienziata studiò e insegnò. Le sue teorie precorsero i tempi in molti campi tra cui quello della prevenzione e dell’igiene. Fu autrice di trattati di medicina che mostrano eccezionali conoscenze in campo dermatologico, ginecologico ed ostetrico. La sua figura si inserisce nella lunga tradizione – che attraversa l’Antichità e il Medioevo – delle donne attive in professioni mediche. La sua eccezionalità è dovuta al fatto di aver scritto il proprio insegnamento, ponendolo sul piano di un sapere tramandabile.
I dettagli della vita di Trotula sono sconosciuti. Di lei si sa che visse attorno al 1050 a Salerno, città aperta agli scambi economici e culturali con tutto il Mediterraneo, uno dei luoghi più vitali del mondo allora conosciuto. Discendeva dall’antico casato dei “de Ruggiero” e , come membro della nobiltà, ebbe la possibilità di frequentare le scuole superiori e di specializzarsi in medicina. Non ci sono testimonianze dirette dei suoi studi, ma diverse annotazioni si riferiscono a lei in tal senso. Sposò il medico Giovanni Plateario da cui ebbe due figli che continuarono l’attività dei genitori. La Scuola Medica di Salerno fu il primo Centro di Cultura non controllato dalla Chiesa e divenne talmente rinomata da essere considerata la prima università d’Europa. In quel luogo si cominciò a tradurre dall’arabo in latino i testi di medicina degli antichi scienziati greci, rendendoli nuovamente accessibili agli studiosi occidentali. La Scuola era aperta anche alle donne che la frequentavano sia come studentesse che come insegnanti e Trotula fu uno dei suoi membri. Le sue lezioni furono incluse nel De agritudinum curatione, una raccolta degli insegnamenti di sette grandi maestri dell’università e collaborò con il marito ed i figli alla stesura del manuale di medicina Practica brevis.
Trotula ebbe idee innovative sotto molti aspetti: considerava che la prevenzione fosse l’aspetto principale della medicina e propagava nuovi e per l’epoca insoliti metodi, sottolineando l’importanza che l’igiene, l’alimentazione equilibrata e l’attività fisica rivestono per la salute. Non ricorse quasi mai a pratiche medievali rivolte all’astrologia, alla preghiera e alla magia. In caso di malattia consigliava trattamenti dolci che includevano bagni e massaggi, in luogo dei metodi radicali spesso utilizzati a quel tempo. I suoi consigli erano di facile applicazione e accessibili anche alle persone meno abbienti.
Le sue conoscenze in campo ginecologico furono eccezionali e molte donne ricorrevano alle sue cure. Fece nuove scoperte anche nel campo dell’ostetricia e delle malattie sessuali. Cercò nuovi metodi per rendere il parto meno doloroso e per il controllo delle nascite. Si occupò del problema dell’infertilità, cercandone le cause non soltanto nelle donne, ma anche negli uomini, in contrasto con le teorie mediche dell’epoca. Il De passionibus segna la nascita dell’ostetricia e della ginecologia come scienze mediche. Tra le importanti nozioni in esso contenute, vi è la necessità di suturare chirurgicamente le lesioni perineali.
Annotò queste scoperte nella sua opera più conosciuta il De passionibus Mulierum Curandarum (Sulle malattie delle donne), divenuto successivamente famoso col nome di Trotula Major, quando venne pubblicato insieme al De Ornatu Mulierum (Sui cosmetici), un trattato sulle malattie della pelle e sulla loro cura, detto Trotula Minor. 
I due testi erano scritti in latino medievale, una lingua diffusa in tutta l’Europa. Il primo le fu richiesto da una nobildonna e si rivolgeva alle donne, “ché non parlano volentieri delle loro malattie agli uomini, per un sentimento di pudore”. La trattazione risulta straordinaria anche perchè, per la prima volta, una medica parla esplicitamente di argomenti sessuali, senza coinvolgervi nessun accento moralistico. Accanto all’elaborazione teorica delle esperienze, nel testo si trovano numerosi esempi pratici. Poichè Trotula conosceva gli insegnamenti di Ippocrate di Kos (460-377 a.C.) e di Claudio Galeno (129-200 d.C.), vi faceva riferimento nelle sue diagnosi e nei suoi trattamenti, agendo una antica concezione della natura che legava le caratteristiche della persona all’intero cosmo. Nel Trotula Minor, l’autrice si occupa della bellezza: scrive di rimedi per il corpo, di pomate e di erbe medicamentose per il viso ed i capelli e dispensa consigli su come migliorare lo stato fisico con bagni e massaggi. Questo argomento non rappresenta un aspetto frivolo dei suoi testi, per Trotula lo sguardo sulla bellezza di una donna ha a che fare con la filosofia della natura cui si ispira la sua arte medica: la bellezza è il segno di un corpo sano e dell’armonia con l’universo. L’invemzione del sapone è da attribuire a lei: il segreto di una perfetta miscela di oli ed essenze che potessero cospargere la pelle, in particolare delle donne, senza corroderla alla lunga, lo scoprì grazie ai suoi studi botanici. Osservando piante e fiori, infatti, la più famosa delle Mulieres Salernitanae, le Dame della Scuola Medica di Salerno (dove la scienziata studiò e insegnò), scoprì un ancora sconosciuto potere antibatterico dei petali di rosa. Pensò, allora, introdurre nei saponi femminili petali di rose ed essenze (acqua di rosa) provenienti dai roseti che profumavano tutto il ducato Amalfitano. Il sapone cosi modificato, unito a lavande con bicarbonato, risolveva numerosi problemi femminili, aumentando la carica naturale antibatterica del sapone. Molte, infatti, le ricette cosmetiche che riguardano la pelle, il sorriso, le labbra, le mani, l’alito, i capelli. Un lungo e minuzioso lavoro il cui frutto sono l’analisi e il trattamento di ben 96 piante e derivati, e la creazione di 20 preparati di origine animale e derivati, 17 minerali e 6 preparati misti, per un totale di 63 ricette, in grado di ottenere altrettanti rimedi a scopo cosmetico e/o medicinale. Tutti gli argomenti trattati, però, non rappresentavano per Trotula De Ruggiero un aspetto frivolo della cura della donna, perché per lei la bellezza era il segno di un corpo sano e della sua armonia con l’universo: le erbe medicamentose, le pomate naturali, i bagni, i massaggi erano tutti metodi curativi utili a qualunque donna per vivere in maniera serena il rapporto con il proprio corpo e di conseguenza quello con la propria psiche. Nel XIII secolo le idee e i trattamenti di Trotula erano conosciuti in tutta l’Europa e facevano già parte della tradizione popolare. I suoi scritti vennero utilizzati fino al XVI secolo come testi classici presso le Scuole di medicina più rinomate. Il Trotula Maior, in particolare, venne trascritto più volte nel corso del tempo subendo numerose modificazioni, inoltre, come altri testi scritti da una donna, venne impropriamente attribuito ad autori di sesso maschile: ad un anonimo, al marito o ad un fantomatico medico “Trottus”. Nel XIX secolo alcuni storici, tra cui il tedesco Karl Sudhoff, negarono la possibilità che una donna avesse potuto scrivere un’opera così importante e cancellarono la presenza di Trotula dalla storia della medicina. La sua esistenza fu però recuperata, con gli studi di fine Ottocento, dagli storici italiani per i quali l’autorità di Trotula e l’autenticità delle Mulieres Salernitanae sono sempre state incontestabili.