Vanna Ugolini

Ott 222019
 

Da “Fox life”. 04.10.2019

Instagram sta per lanciare una nuova funzionalità, che permetterà ai propri utenti di difendersi dal bullismo online. ‘Silenzia’ sarà il modo per togliere la voce ai bulli, i quali non si accorgeranno di essere stati “bloccati”.

È in arrivo una nuova funzionalità su Instagram, che permetterà di difendersi dal bullismo online. Commenti e messaggi negativi e offensivi possono ferire profondamente una persona, ancora di più quando quest’ultima è un adolescente in fase di crescita.

Il bullismo virtuale, purtroppo, è una realtà e un problema che va affrontato come si farebbe nel mondo reale, perché il dolore provocato è lo stesso. Per risolvere la questione, già da tempo, i social network hanno cercato di attivarsi per proteggere il più possibile i propri utenti, filtrando frasi aggressive.

Adesso, Instagram – app che permette di scattare foto, creare video e storie, applicare filtri e condividere il tutto con i propri follower – si sta mettendo in prima linea introducendo la nuova funzione “Silenzia”, simile a quella già presente su Facebook: sarà, quindi, possibile silenziare i commenti di un determinato utente – questi non saranno più visibili – senza doverlo per forza bloccare. A differenza del blocco, dunque, il bullo potrà continuare a leggere i post, ma non capirà di essere stato silenziato; dal canto suo, l’utente vittima vedrà comparire il commento, ma non leggerà il contenuto.

Per attivare la funzionalità “Silenzia”, basterà scorrere il messaggio incriminato verso sinistra, oppure andare nelle impostazioni alla voce “Privacy”, o ancora recarsi direttamente nell’account della persona da oscurare. La nuova funzionalità può essere definita una sorta di moderazione dei propri post.

Oltre a tutto ciò, una volta attivata, non si riceveranno messaggi diretti e notifiche da parte della persona incriminata: finirà tutto automaticamente in “Richieste di Messaggi”, ma l’utente che li avrà inviati non saprà mai se sono stati letti o meno. Il “Silenzia” è, ad ogni modo, reversibile.

La motivazione che sta dietro questa importante decisione è – come detto prima – la lotta al bullismo digitale e all’odio; motivo per cui è stato scelto di non permettere ai bulli di capire che sono stati silenziati, perché ciò potrebbe alimentare ancora di più il loro comportamento.

Recentemente, l’app sviluppata da Kevin Systrom e Mike Krieger e oggi proprietà della Facebook Inc. ha anche eliminato il numero dei like dai profili dei suoi utenti.

https://www.foxlife.it/2019/10/04/instagram-arrivo-funzionalita-bullismo-online/?fbclid=IwAR1mskHS4g8OvGE2xO2O7dQC3bj6UAKETdnyWTYtalPmCV-Fum7LbJFohBs


Ott 222019
 

Da “La Repubblica.it”. 04.10.2019

Gli agenti di Polizia uccisi nella sparatoria di questo pomeriggio a Trieste si chiamano Pierluigi Rotta, agente scelto, e Matteo Demenego, agente. Lo ha comunicato la Polizia.

L’agente scelto Rotta aveva 34 anni ed era originario di Pozzuoli, in provincia di Napoli. Era figlio di un poliziotto ora in pensione e prima di essere trasferito a Trieste aveva lavorato a Napoli, come suo padre. Dolore e sgomento negli uffici della Questura del capoluogo campano per la tragica morte del 34enne.

L’agente semplice Demenego, 31 anni, era originario di Velletri in provincia di Roma. Era diventato poliziotto con il 186/o corso allievi agenti ed era stato assegnato a Trieste il 24 settembre del 2013.

Secondo ricostruzioni parziali, stavano accompagnando i due fratelli fermati (di 29 e 32 anni) nei bagni della questura, quando è scoppiata la rissa in cui uno dei malviventi si è impossessato della pistola di uno degli agenti e li ha colpiti a morte.

https://www.repubblica.it/cronaca/2019/10/04/news/chi_sono_i_poliziotti_uccisi_nella_sparatoria_di_trieste_matteo_demenego_e_pierluigi_rotta-237701216/?ref=fbpr&fbclid=IwAR0u5HC6elnQ7dbrgeBRygNiyDufKrfw0b1L0GysoB-JimvgUSTOCEjxT74

Ott 222019
 

Da “Il Fatto Quotidiano.it”. 04.10.2019

Un mese di lavoro socialmente utile in un maso di montagna per aver postato commenti sessisti sui social. Succede in Alto Adige a un utente “hater” denunciato dalla consigliera provinciale Jasmin Ladurner, membro della Svp (Südtiroler Volkspartei, conosciuto come Stella Alpina). L’uomo, identificato dai Carabinieri, aveva scritto in rete con lo pseudonimo Paulus alcuni commenti offensivi nei confronti della donna. Lo scrive il Dolomiten, sottolineando che l’uomo si è poi scusato e la Ladurner ha ritirato la denuncia dopo un accordo con l’hater. L’uomo poteva scegliere se versare una donazione a un’associazione che tutela le donne oppure fare il volontario per un mese in una fattoria.

“Non è mio intento causare a questa persona problemi in famiglia e sul lavoro – ha affermato la consigliera -. Volevo semplicemente lanciare il segnale che noi donne non dobbiamo accettare proprio tutto. Ognuno può criticare, ma le critiche devono essere formulate in tal modo da poterle dire anche in faccia”.

L’accordo è stato raggiunto nel giorno della sentenza della Corte di giustizia europea sull’ “hate speech” su Facebook, che permette ai singoli Paesi di costringere il social a eliminare contenuti illeciti – proprio come gli hate speech, i discorsi di odio – sia all’interno dell’Ue sia in tutto il mondo. La Corte autorizza inoltre i tribunali nazionali a chiedere al social di tracciare ed eliminare post identici o equivalenti a un contenuto già giudicato illecito: misure di rimozione, anche queste, che dovrebbero applicarsi a livello mondiale

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/10/04/commenti-sessisti-contro-una-consigliera-lhater-lavorera-in-un-maso-di-montagna/5496313/?fbclid=IwAR15HX-XCcWiOBIg8zoVbxvc7mexMJnvTIw0pn2npThsUtoLpcrlqtfr90Q

Ott 222019
 

Da “Greenme”. 04.10.2019

Le sue scarpe non erano belle e alla moda come quelle degli altri compagni di classe, ma semplici e consumate, ed è bastato questo a scatenare i bulli contro l’11enne Kyler Nipper. Lo hanno aggredito e umiliato mentre raggiungeva la lezione di biologia, poi con una matita appuntita gli si sono scagliati addosso trafiggendogli il polmone.

Kyler, dopo essere stato ricoverato in Ospedale con un tubo respiratorio per tre giorni, è riuscito pian piano a riprendersi ma ha dovuto abbandonare la scuola per la sindrome da stress post-traumatico. Motivo per cui i genitori hanno deciso di farlo studiare da casa.

E proprio mentre era in terapia ecco l’idea geniale: il ragazzo pensò che in città centinaia di bambini subivano, com’era accaduto a lui, atti di bullismo e aggressioni dovute al loro abbigliamento poco alla moda e alle scarpe logore. Così decise di cambiare questa triste realtà avviando una campagna di donazione di scarpe nel suo quartiere.

Una settimana dopo l’incidente, mise diverse scatole vuote fuori di casa sua invitando i vicini a donare scarpe ai bisognosi. In quattro mesi riuscì a ottenere moltissime donazioni, finché la famiglia decise di noleggiare un autobus abbastanza grande per contenerle tutte e portarle nelle comunità più povere una volta al mese.

Tutto questo accadeva 3 anni fa, oggi Kyler ha una sua ONG, “Kyler’s Kicks, che distribuisce e raccoglie oltre 25.000 paia di scarpe per bambini, ragazzi e senzatetto di Las Vegas.

Contribuiscono attivamente alla sua ONG la Fondazione Born this Way di Lady Gaga, l’entità filantropica Zappos for Good, e The GoFundMe Team gli ha appena donato 500 dollari.


Ott 222019
 

Da “Il Fatto Quotidiano.it”. 27.06.2019

I genitori sono accusati anche di maltrattamenti nei confronti dei loro quattro figli. Gli arresti, resi noti dal procuratore di Daniela Borgonovo, risalgono a un mese fa.

La figlia di 10 anni veniva drogata e poi obbligata ad avere rapporti sessuali con il padre. Per questo i genitori della bimba, di Varese, sono stati arrestati. Madre e padre sono accusati anche di aver maltrattato i loro quattro figli. Le violenze sessuali del padre nei confronti della bambina sarebbero state compiute sotto gli occhi della madre.

Secondo le indagini della polizia, scrive Repubblica, i genitori avrebbero dato alla piccola sostanze stupefacenti per stordirla e renderla impotente di fronte agli abusi. Le indagini, svolte da un pool di tre magistrati specializzati coordinati dal sostituto procuratore Anna Zini, hanno rivelato che la famiglia era seguita dai servizi sociali del Comune. E proprio gli assistenti sociali avrebbero raccolto dalla bambina i primi racconti delle violenze.

Gli arresti risalgono a un mese fa. Ma la vicenda è stata raccontata giovedì dal procuratore Varese Daniela Borgonovo, durante una conferenza stampa che riguardava l’arresto di un’altra madre della città, accusata anche lei di maltrattamenti sui tre figli, tra cui una bimba affetta da disabilità.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/06/27/varese-madre-costringe-la-figlia-di-10-anni-ad-avere-rapporti-sessuali-con-il-padre-arrestati/5285997/?fbclid=IwAR2Huc0YXfTtzP2Qx-qWAmAm-p1zAl0xkbFFxyr5W_P2q0rnaeQzltBWZY4


Ott 222019
 

Da “Resilienzainesilio”. 30.08.2015

Negli ultimi giorni è balzato alla cronaca un caso di una donna che ha ucciso il marito dichiarando di non riuscire più a sopportare le violenze da parte di lui. Sono fatti che stimolano dibattiti e fanno interrogare.

In Francia il 26 gennaio scorso è andato in onda un film sul processo ad Alexandra Lange, donna vittima di violenza coniugale che ha ucciso il suo coniuge, Marcelino Guillemin, il 24 giugno 2009. Il film ha tenuto incollati 8 milioni e mezzo di telespettatori alla seconda rete nazionale.

La donna nel processo ha portato alla luce tutte le violenze subite in 14 anni di convivenza con il suo abusante, come la relazione la teneva incatenata e come le sue richieste di aiuto alle istituzioni, forze dell’ordine e servizi sociali, siano state inefficaci. Ha raccontato inoltre tutte le tattiche di sopravvivenza da lei usate per proteggere sé ed i suoi quattro bambini.

Il magistrato Luc Frémiot, inizialmente duro e con una posizione accusatoria verso l’imputata, il 23 marzo 2012, nell’arringa finale del processo domanda fermamente la sua assoluzione e chiede scusa da parte della società alla donna per non averla saputa proteggere. I sei giurati lo ascolteranno: la donna verrà rilasciata e verrà riconosciuta la legittima difesa.

Riporto qui la mia traduzione all’arringa scritta dal magistrato riportata su Le Monde, leggermente modificata nel vivo del suo emozionato discorso in tribunale.

« Alexandra Lange, abbiamo un appuntamento. Si tratta di un appuntamento inesorabile che pesa su tutte le vittime di violenza domestica. Questo processo va oltre la sua persona, perché dietro di Lei ci sono tutte queste donne che stanno vivendo la stessa cosa. Che soppesano le ombre della notte, il rumore dei passi che fa loro comprendere che il pericolo sta rientrando a casa. I bambini che filano nelle loro stanze, la madre che entra in cucina facendo come se niente fosse nonostante sappia che da un momento all’altro esploderà la violenza.

Sono tutte sorelle, queste donne che nessuno guarda, che nessuno ascolta. Perché, come abbiamo sentito nel corso di questa udienza, quando la porta è chiusa, non si sa che cosa succede dietro. Ma la vera domanda è se vogliamo sapere cosa succede. Se si vuole ascoltare il suono dei mobili che vengono ribaltati, dei colpi che fanno male, degli schiaffi che risuonano e del pianto dei bambini.

Qui, nelle Corti d’Assise, conosciamo bene gli autori di violenza domestica. Delle loro vittime, invece, di solito non abbiamo che un’immagine: quella di un corpo di donna su un tavolo per un autopsia. Oggi, in questo caso, siamo al muro: dobbiamo decidere.

Il mio dovere è quello di ricordare che non abbiamo il diritto di uccidere. Ma non posso parlare di questo atto omicida senza evocare le parole dei bambini: « papà è morto, non saremo più picchiati »; « papà, era cattivo »; « con noi si comportava male, ma non era niente in confronto a quello che faceva alla mamma. »

Non abbiamo alcun diritto di uccidere, ma non abbiamo nemmeno il diritto di violentare. Né di imprigionare una donna e dei bambini in una gabbia di sofferenza e di dolore.

So la domanda che vi ponete: “Ma perché Alexandra Lange non è partita con i suoi figli in braccio?” Questa domanda è posta da uomini e donne che guardano la situazione dall’esterno, con distacco, che non capiscono e dicono: « Ma io me ne sarei andato/a! »  Ne sei così sicuro/a?

Quello che vivono queste donne, ciò che ha affrontato Alexandra Lange, è il terrore, l’angoscia, il potere di qualcuno che toglie il fiato, che toglie ogni coraggio. E’ uscire a fare la spesa in cinque minuti, perché chi ti ha inviato ha calcolato esattamente il tempo necessario per andare a comprare le bottiglie di birra. Ed è a questa donna che si potrebbe chiedere perché è rimasta?

E’ la guerra quello che ha vissuto, Signora, la guerra nel suo corpo, nel suo cuore!

E voi, giurati, non potete giudicare senza conoscere le ferite aperte che ha in lei. E’ questo essere giudice: sapersi mettere nei panni degli altri.

Alexandra Lange, basta ascoltarla e guardarla. Osservare il suo volto devastato. Ma è un volto che cambia quando si parla dei suoi figli. Molti hanno detto che era « passiva ». Ma in realtà è una combattente, questa donna! Ha tenuto ai suoi figli la testa fuori dall’acqua, dall’abisso. Non c’è molto amore in questa storia, ma c’è il suo per i suoi figli, e questo è abbastanza per dare una nuova luce a tutto quanto. Hanno 13, 11, 8 e 6 anni. Loro la amano, Signora, essi saranno la sua rivincita.

Noi, la domanda che dobbiamo porci è: di che cosa è responsabile Alexandra Lange? Quale sarebbe la credibilità, la legittimità mia, l’avvocato della società, se chiedessi la condanna di un’ imputata dimenticando che la società stessa non è riuscita a proteggerla?

Perciò io parlo di legittima difesa. Alexandra Lange ha pensato in quel momento che era in pericolo? In base a quello che ha vissuto, che ha sofferto, si poteva immaginare che quella notte Marcelino Guillemin, suo marito, l’avrebbe uccisa? Ma naturalmente! Era anni che andava avanti, Alexandra era sempre sola. Oggi, io non voglio lasciarla sola. E’ l’avvocato della società che ve lo chiede. Lei, Signora, non ha niente a che vedere con questa Corte d’Assise. Rilasciatela!”

Ott 222019
 

Da “Justnerd”. 09.2019

Mentre la nemesi di Batman, a Milano, seminava il panico in metropolitana con un uomo alquanto ubriaco vestito da Joker, all’altro capo del mondo il Crociato Incappucciato dava dimostrazione di tutte le migliori qualità di un vero supereroe.

Un uomo della Florida vestito da Batman ha accompagnato a scuola una bimba di 3 anni vittima di bullismo

Jack Asbury, un uomo del posto che spesso veste i panni del Cavaliere Oscuro e conosciuto come The Batman of Spring Hill, si è precipitato a difendere una bambina di 3 anni di Crystal River vittima di bullismo.

La madre della bambina, accortasi che la figlioletta era tornata da scuola con vari lividi e con un occhio nero, ha scoperto che la bambina era stata picchiata da alcuni compagni di classe.

Rivoltasi immediatamente al dirigente della scuola materna al quale ha denunciato l’accaduto, la donna ha purtroppo dovuto assistere all’atteggiamento noncurante della direzione scolastica che non ha preso nessun provvedimento per questi atti di bullismo.

La donna si è quindi rivolta ai social media per portare all’attenzione la cosa riuscendo a trovare sul web un’imprevista e non convenzionale soluzione al problema della figlia.

Jack Asbury ha visto la richiesta d’aiuto su Facebook e si è offerto di accompagnare, nei panni di Batman, la piccola Lydia in classe venendo successivamente invitato a parlare a tutti i bambini della faccenda e di quanto siano deplorevoli i comportamenti da bulli.

Ho conosciuto una nuova amica oggi. Questa è Lydia.

Mi si è stato spezzato il cuore quando ho visto sua madre postare che era stata vittima di bullismo a scuola tanto che la bambina non voleva andarci più.

Così mi sono offerto di dare una mano e ho chiesto se potevo accompagnarla a scuola.

Spero che questo possa aiutarla a superare le sue paure e le ho anche regalato un bel vestito!

https://www.justnerd.it/2019/09/10/vestito-da-batman-accompagna-a-scuola-una-bimba-vittima-di-bullismo/?fbclid=IwAR0tFncY1Kwh0NHMP04DK6n-JzAaj1YkY0n0cEenYaP76Z7a5EB1nflFR44

Ott 222019
 

Da “Foggiareporter.it”. 18.09.2019

Pizzaioli sferrano un “pugno alla violenza” con una staffetta benefica gourmet.

Peschici – Dal Gargano, sei pizzaioli sferrano un “pugno alla violenza” con una staffetta benefica gourmet. Campioni di pizza e di solidarietà, Luca DicuonzoSabino StingoneVincenzo D’ApoteNicola VeceraRossella Lombardi e Luigi Bevere staccano un assegno da duemila euro per le attività finalizzate al contrasto del bullismo.

Lunedì 16 settembre, nella Pizzeria Piccadilly di Peschici, i sei professionisti del gusto, pluripremiati a livello nazionale e internazionale, hanno sfornato pizze per settanta ospiti di una degustazione di beneficenza.

La manifestazione, nata da un’idea di Nicola Vecera, padrone di casa, è stata organizzata in collaborazione con l’Associazione Pizzaioli Garganici presieduta da Vincenzo D’Apote. Il ricavato dell’evento è stato devoluto al team Pugilato Bovisa LU.CO. per sostenere i progetti anti-violenza dedicati alle scuole in collaborazione con Alkimia.

Ha partecipato alla serata di beneficenza anche il sindaco Francesco Tavaglione. Rigorosamente locali gli ingredienti delle creazioni: tutti prodotti a chilometro zero accuratamente selezionati.

Ad aprire il valzer di pizze gourmet è stata la focaccia barese del maestro barlettano Luca Dicuonzo, entrée tipicamente pugliese; Sabino Stingone (“I Gastronauti”, Lucera), Tre Spicchi Gambero Rosso, con “la mia terra” ha portato sul Gargano anche i Monti Dauni; Vincenzo D’Apote (La Cruna del Lago, Lesina) e la sua giovane e promettente allieva, già campionessa del mondo, Rosella Lombardi, hanno esaltato i sapori della Laguna.

Fuochi d’artificio per il padrone di casa, Nicola Vecera, che ha presentato la sua pizza con un impasto al mirtillo in una scenografia pirotecnica. Laspiccata territorialità è stata il tratto distintivo anche del fuori menu di Luigi Bevere (“Sarni Bistrò”) con “Ad un passo da me”. Il gran finale è un omaggio al Sud intero: “Sicilia Bedda” di Luca Dicuonzo.

L’Associazione Pizzaioli Garganici pensa già alla terza edizione: dall’anno prossimo partirà la formula itinerante.


Ott 222019
 

Da “Il Messaggero.it”. 07.06.2019

Quando uscirà dal carcere il 19enne Lucio Marzo avrà 37 anni. E in galera trascorrerà più o meno gli stessi anni che ha finora vissuto perché i giudici della Corte d’appello di Lecce (sezione minorile) hanno confermato nei suoi confronti la condanna alla pena di 18 anni e 8 mesi di reclusione per aver ucciso la fidanzatina 16enne Noemi Durini. Lucio, che ha prima confessato poi ritrattato il delitto, è stato riconosciuto colpevole di aver picchiato, accoltellato e poi sepolto sotto un cumulo di pietre mentre era ancora viva la povera Noemi. 
​La sentenza è stata emessa con il rito abbreviato: i giudici hanno respinto la richiesta di rinnovare la perizia psichiatrica e della messa alla prova con il riconoscimento delle attenuanti generiche avanzata dalla difesa dell’imputato. Il delitto avvenne il 3 settembre 2017, ma il cadavere fu trovato, sotto una catasta di sassi, il 13 settembre nelle campagne di Castrignano del Capo (Lecce) dopo la confessione di Lucio, che all’epoca dei fatti aveva 17 anni. «Non sarò mai contenta ma posso ritenermi soddisfatta», commenta con gli occhi pieni di lacrime la mamma di Noemi, Imma Rizzo, dopo la sentenza.

«Ho incrociato i suoi occhi in aula per un istante – dice la donna riferendosi a Lucio – ma lui ha abbassato subito lo sguardo. Non lo perdonerò mai per quello che ha fatto. Mi ha tolto un pezzo di cuore e a mia figlia ha tolto il bene più prezioso, la vita». Imma porta al collo una collanina d’argento con inciso il nome della figlia morta. «La nostra battaglia giudiziaria continua perché ci sono tanti lati oscuri in questa vicenda che devono essere chiariti, confidiamo – sottolinea – nella magistratura che sta lavorando molto bene». Il riferimento è all’indagine in corso per accertare il coinvolgimento di altre persone nelle fasi successive il delitto. Il padre e la madre di Noemi sospettano infatti che i genitori di Lucio possano aver avuto un ruolo nell’aiutare il figlio a occultare le prove dell’omicidio.

Lucio era conosciuto da tutti come un ragazzo violento, tanto da essere denunciato dalla mamma della vittima. Il rapporto tra i due fidanzatini era turbolento, ma Noemi si era invaghita di quel giovane che ogni giorno lasciava Alessano per raggiungere la cittadina della sua fidanzatina, Specchia, a otto km di distanza, per stare con lei. La tragedia era forse annunciata. L’ultimo post condiviso da Noemi su Facebook fa venire i brividi: «Non è amore se ti fa male. Non è amore se ti controlla. Non è amore se ti fa paura di essere ciò che sei. Non è amore, se ti picchia».

https://www.ilmessaggero.it/italia/lecce_noemi_durini_uccisa_fidanzato_lucio_marzo_condanna-4543163.html?fbclid=IwAR24XiyrsaR7i0Oxc-tLy29kiSfcp3w_H4Ne0xBDk0NIGKA28LYZwLCWDIc

Ott 222019
 

Da “Tg Padova”. 28.09.2019

Quindici giorni di prognosi per gli ematomi all’occhio e su tutto il corpo, punti di sutura sulla fronte che lasceranno un segno indelebile sul volto dell’avvocato Paola Vallerini. E’ stata buttata giù dalle scale dal marito di una cliente che segue nella controversa causa di separazione. Ieri mattina era passata a prendere la sua assistita a casa per accompagnarla dai Carabinieri a sporgere denuncia “dopo l’ennesima violenza inflittagli dal marito”, racconta l’avvocato tra le lacrime. “L’uomo era in casa, io sul pianerottolo, mi ha tirato un pugno e dopo mi ha spinta. Mi ha accusata di essere la causa di ogni suo problema e poi ha minacciato il suicidio”, la ricostruzione di quegli attimi di violenza inaudita.

Così Paola Vallerini diviene vittima anche lei della violenza dalla quale cerca di tenere lontano e salvare le sue clienti.

La incontriamo in un luogo nel quale ha trovato rifugio, ora ha paura di tornare a casa. “Si, potrei trovarmi quell’uomo davanti con tutta la sua rabbia”, dice mentre si pone mille domande. “Ho sempre detto ai miei clienti, uomini e donne senza differenza, di chiamarmi, di sfogarsi con me piuttosto che correre il rischio di fare sciocchezze. Ho sempre preferito stare accanto a chi chiedeva aiuto, rinunciando a molto ed accollandomi problemi che avrei potuto lasciare in ufficio. Se ho fatto bene? Non lo so più”, continua nello sfogo con fitte di dolore su tutto il corpo. Ma alla fine Paola Vallerini si ferma, si asciuga le lacrime, realizza: “La soddisfazione più grande? Quando qualcuno ti dice “…se non ci fossi stata tu….””.

https://www.tgpadova.it/pages/855687//cronaca/avvocato_picchiata_ora_ho_paura.html?fbclid=IwAR0Fw1MyeV2n5tayE65ZnyQFb0VGRdw5_Si2zmtZUcTbJ1Ja76axX0ygp9Q