Vanna Ugolini

Set 142019
 

Da “Perugia Today”. 11.09.2019

Condotte persecutorie sfociate anche, in alcuni casi, in lesioni personali. Parole oscene, messaggi con lo stesso tenore inviati ripetutamente al cellulare della donna e appostamenti sotto casa.

Si apposta sotto casa della ex, filma i suoi movimenti e la riempie di insulti: scatta il divieto di avvicinamento
Insulti e minacce nei confronti della ex. Condotte persecutorie sfociate anche, in alcuni casi, in lesioni personali. Parole oscene, messaggi con lo stesso tenore inviati ripetutamente al cellulare della donna, appostamenti sotto casa. Un incubo terminato con la decisione del giudice del tribunale di Spoleto, su richiesta della procura, di vietare all’indagato di avvicinarsi alla ex e al figlio, e ai luoghi da loro frequentati.

Siamo a gennaio di quest’anno quando l’uomo, in una occasione, filma e fotografa i movimenti della ex compagna dopo essersi fermato sotto casa sua. Passa un mese ed ecco che, dopo averle rivolto epiteti e insulti, la colpisce alle gambe per poi scaraventarla contro il muro e cagionarle ferite giudicate guaribili in 12 giorni. Tra gli episodi contestati all’indagato (protratti da gennaio fino ad agosto) c’è anche quello di aver suonato il citofono di casa della ex nel cuore della notte, ripetutamente, anche in quel caso apostrofandola con parole volgari e brutali. Una presenza costante e “ingombrante”, quella denunciata dalla donna. In un altro episodio si sarebbe presentato questa volta a casa dell’attuale compagno della ex e, una volta in auto, avrebbe tentato di targliargli la strada. 

E ancora mail di insulti, messaggi continui sulla chat, minacce. In tribunale è ancora pendente un procedimento per reati analoghi, ma intanto la donna è stata costretta a presentare una nuova denuncia per i comportamenti dell’ex che gli sono valsi, da parte del gip del tribunale di Spoleto, un’ordinanza di applicazione della misura cautelare del divieto di avvicinamento.

http://www.perugiatoday.it/cronaca/divieto-avvicinamento-ex-compagna-insulti-minacce-lesioni.html?fbclid=IwAR15DhnktU9Qoxyj43I2wYA7Bleeh5RBPs-pRKheL3_iLO3htpeAc6_bt94

Set 142019
 

Da “La Stampa”. 13.09.2019

Lucia Panigalli, sopravvissuta due volte, costretta a vivere blindata in casa a Ferrara.

FERRARA. Il suo nome è Lucia Panigalli, e forse sarà lei la prossima donna uccisa da un uomo. «Non so quanti giorni mi restano, se qualche ora o qualche mese».

«Aspetto come una malata terminale. Mi manca il futuro, vivo senza la possibilità di condividere il tempo con gli altri esseri umani. Avevo fatto costruire questo porticato davanti a casa, perché ci tenevo tanto a cenare fuori con gli amici nelle sere d’estate, e invece». Allarmi perimetrali. Telecamere puntate. Porte e finestre blindate.

https://www.lastampa.it/topnews/primo-piano/2019/09/13/news/il-mio-ex-vuole-uccidermi-lui-e-libero-io-sotto-scorta-1.37455287?fbclid=IwAR3nHmmJkCH6bqXaZu6WUBJdYSVFir77aScDzlEfR_YaSYgNfV4_8_Koczo


Set 142019
 

Da “Repubblica”. 24.10.2018

Gli effetti della cannabis sullo sviluppo cognitivo dei giovani sono peggiori e più a lungo termine rispetto a quelli dell’alcol. A riferirlo una nuova ricerca dell’Università di Montreal.

FUMARE cannabis farebbe più male che bere alcol. In particolare durante gli anni dell’adolescenza. È l’allarme appena lanciato sulle pagine di American Journal of Psychiatry da uno studio dell’Università di Montreal, in Canada, Paese che, ricordiamo, ha appena legalizzato l’uso della marijuana a scopo ricreativo. In particolare, la nuova ricerca suggerisce che l’uso di cannabis da parte dei teenager avrebbe un impatto peggiore e più a lungo termine sullo sviluppo del cervello e sulle capacità cognitive, come la memoria e il comportamento, rispetto al consumo dell’alcol.

LO STUDIO
Per valutare l’impatto dell’alcol e della cannabis sul cervello degli adolescenti, lo studio ha coinvolto circa 3.800 adolescenti di 13 anni di età, provenienti da 31 scuole canadesi. Ai ragazzi è stato chiesto di riferire in un questionario online le informazioni riguardanti le loro abitudini sul consumo di droghe e alcol una volta all’anno, per quattro anni consecutivi. Utilizzando test cognitivi, i ricercatori hanno potuto poi misurare le funzionalità cerebrali degli adolescenti, tra cui la memoria di lavoro, ovvero la memoria a breve termine implicata nell’apprendimento, il ragionamento percettivo, ovvero la capacità di usare le informazioni provenienti dai sensi, e il controllo inibitorio, ossia la capacità di controllare i propri impulsi.

LEGGI – “Droghe: l’Italia è seconda in Europa per consumo di cannabis tra i giovani”

• I RISULTATI
Sebbene l’assunzione di entrambe le sostanze, alcol e cannabis, in giovane età sia già stata in precedenza associata a problemi relativi allo sviluppo cognitivo, come per esempio l’apprendimento, l’attenzione e i processi decisionali, la nuova analisi ha rivelato che questa correlazione sembra essere molto più marcata e con effetti più duraturi con l’uso di cannabis, rispetto al consumo di alcol. Più precisamente, i ricercatori hanno osservato che un aumento del consumo di cannabis da parte degli adolescenti in determinato anno è associato a un punteggio più basso nei test cognitivi non solo durante lo stesso anno ma anche in quelli successivi, suggerendo quindi che la cannabis abbia un effetto duraturo sulla funzione cerebrale dei giovani. Dati questi che, invece, non sono stati osservati negli adolescenti che consumavano alcol.

In particolare, l’uso della cannabis è stato associato a effetti duraturi sul controllo inibitorio, ovvero la capacità di “trattenersi” dal compiere azioni o scelte di tipo impulsivo, noto come fattore di rischio per l’instaurarsi di altre dipendenze. “Il cervello degli adolescenti si sta ancora sviluppando”, ha spiegato Patricia J Conrod, autrice principale e psichiatra dell’Università di Montreal, e quindi qualsiasi droga o sostanza che possa influenzare il cervello, sia illegale che legale, potrebbe avere effetti a lungo termine. “I giovani dovrebbero riuscire a ritardare il più possibile l’uso di questa sostanza”.

https://www.repubblica.it/salute/medicina-e-ricerca/2018/10/24/news/cannabis_cervello_alcol-208497748/?fbclid=IwAR0IK7a2ftdrJSznuOPsi5JsseAQOhpsxILvA24LqT3NaHqpgAVgOncmWVE


Set 142019
 

Da “Faccecaso”. 09.09.2019

Bullismo online nel sondaggio UNICEF: vittima un giovane su tre. Nascono progetti, guide e iniziate per una sensibilizzazione dei giovani.

Bullismo online? Purtroppo non si tratta di un fenomeno marginale.
Mentre i social assumono un ruolo prorompente all’interno della società, il bullismo trova altri canali di diffusione.

Vittima un giovane su tre

L’UNICEF e il Rappresentante Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite sulla Violenza contro i bambini hanno lanciato un nuovo sondaggio.
Hanno partecipato giovani di età compresa tra i 13 e i 24 anni, provenienti da diverse parti del mondo, tra cui: Vietnam, Albania, Ucraina, Bolivia, Romania, Brasile, Montenegro, Malesia, Ghana, Kosovo, Giamaica, India, Indonesia e Iraq.
I giovani hanno risposto, via SMS, alle domande sulla violenza e sul bullismo online.
Il risultato è stato l’emerge di dati allarmanti:

  • 1 giovane su 3 si è dichiarato colpito dal bullismo online.
  • 1 giovane su 5 ha dichiarato di aver saltato la scuola proprio a causa del cyberbullismo.

Inoltre:

  • Il 32% ha affermato che i governi devono assumersi la responsabilità di contrastare il bullismo online.
  • Il 31% ha affidato tale compito ai giovani stessi.
  • Il 29% ha affidato tale responsabilità alla società di internet.

Il bullismo online in Italia: Non perdiamoci di vista

L’Italia ha posto molta attenzione nei confronti di questo tema.
UNICEF Italia ha sviluppato un apposito kit didattico, intitolato “Non perdiamoci di vista”.
Il progetto prevede percorsi educativi rivolti ai giovani, per accrescere l’empatia e la solidarietà.
L’attenzione è stata rivolta, non solo nei confronti dei giovani, ma anche nei confronti dei genitori. Difatti, è stato sviluppata una guida su come presentare Internet insegnare ad usarlo ai figli.

Come contrastare questo fenomeno? Con il progetto Legalità

L’UNICEF e l’associazione CamMiNo hanno dato vita al progetto Legalità, in alcune scuole secondarie d’Italia.
Il progetto si sviluppa in lezioni interattive in tema di cyberbullismo. L’intento è quello di sensibilizzare i ragazzi verso questo argomento delicato.
Per riflettere anche sulle conseguenze giuridiche, è prevista la simulazione di un procedimento penale minorile.

In anni in cui si vive perennemente “connessi”, è necessario non scordare di restare umani.
Uno schermo è senza dubbio uno scudo, ma dall’altra parte del telefono non c’è una macchina, ma un groviglio di sentimentiemozioni e difficoltà. Un qualcuno con una propria storia.
Utilizzate Internet come una fonte innovativa, non danneggiantePensate, prima di agire.

#FacceCaso

Set 142019
 

Da “Repubblica”. 08.09.2019

L’ex dirigente dello Steiner ha tenuto per un anno in un cassetto lo sfogo dell’allieva, andrà a processo per omissione d’atti d’ufficio.

«Il nonno mi ha violentata da quando ero piccola » ha scritto su un foglietto e l’ha consegnato, firmato, all’insegnante di lettere. Custodiva il penoso segreto da sei anni quando, finalmente libera dalla convivenza con quell’uomo, si è decisa a confessare le sue sofferenze. Fin da quando era una bambina di otto anni era stata costretta a subire le violenze del compagno della nonna. Violenze sessuali e attenzioni morbose per intere estati quando i genitori l’affidavano a loro per le vacanze; fatti che ha avuto il coraggio di denunciare solo quando la nonna e il compagno si sono lasciati. Dopodiché è accaduto l’incredibile: tutto è stato “ dimenticato” per un anno.

L’insegnante ha parlato immediatamente con la preside e i genitori; ha consegnato alla dirigente scolastica il biglietto, ma la preside appartentemente senza motivo l’ha chiuso in un cassetto dove è rimasto per un anno intero. Nessuna denuncia, nessun intervento della magistratura, la ragazza ha partecipato a qualche incontro con la psicologa della scuola ma la macchina giudiziaria nei confronti dell’uomo non si è mai messa in moto. Fino a quando i genitori, che avevano condiviso con la scuola la drammatica rivelazione, non si sono allarmati e, chiedendo aggiornamenti, sono rimasti esterrefatti: solo in quel momento hanno saputo che il biglietto della bambina era in cassaforte da un anno e la scuola non aveva mai fatto denuncia.

« Eravamo convinti che la preside si fosse attivata con una denuncia formale, come era suo compito » hanno raccontato a quel punto all’avvocato Frediano Sanneris che ora li assiste nel processo. « E invece no, abbiamo dovuto raccogliere di nuovo, con grande difficoltà, il ricordo di nostra figlia che ci ha riferito di aver subito abusi da parte del compagno della nonna sin dalle elementari e fino alla seconda media » . Era il 14 maggio 2018. Un nuovo scandalo silenzioso travolse l’Istituto Albe Steiner dove la ragazza studiava, e già tristemente noto per il pestaggio del ragazzo disabile filmato dai ragazzi in classe e messo in rete. Perché a quel punto il pubblico ministero che indagava sulle violenze, Fabiola D’Errico, ha messo sotto inchiesta anche la preside Cristiana Casaburo per omissione d’atti d’ufficio. E il provveditorato agli studi ha immediatamente acconsentito al trasferimento come lei stessa aveva chiesto. Ora lei guida un’istituto artistico di un’altra regione ed in attesa del processo che inizierà a Torino il 23 gennaio 2020.

In un primo momento anche la nonna era stata indagata per concorso in violenza sessuale, ma poi le accuse nei suoi confronti sono state archiviate perché il pubblico ministero ha verificato che nulla sapeva la donna di quanto accadeva in quella casa di vacanza del compagno, dove portava la nipote anche per lunghi periodi e dove l’uomo, secondo la confessione della ragazza, la molestava continuamente e la costringeva ad atti sessuali quando non aveva ancora dieci anni.
La sera al buio davanti alla tv mentre la nonna dormiva, la mattina al risveglio prima che lei si alzasse, all’aperto mentre la bambina lo aiutava nei lavori in giardino. La ricostruzione lucida e consapevole è scritta nero su bianco dalla vittima ancora minorenne ma decisa a ottenere giustizia. E consegnata, questa volta dai genitori ai magistrati, dopo aver dovuto ripercorrere insieme alla ragazza quei drammatici ricordi. Anna (il nome è di fantasia) «sta completando gli studi superiori — hanno detto i genitori — ma è intenzionata a ottenere l’accertamento dei fatti » e inseme alla madre e al padre si è costituita parte civile.

https://torino.repubblica.it/cronaca/2019/09/08/news/svela_alla_preside_il_nonno_mi_violentava_m_la_lei_si_dimentica_di_fare_la_denuncia-235516672/?fbclid=IwAR0AEOQoqsFJqSEE0eRKhdYcJGOyXUD3ohtJPQGLTsO29Il4eHJg5KznpIo


Set 142019
 

Da “Huffpost”. 08.09.2019

Arrestato a Piacenza per favoreggiamento personale il padre della ex compagna di Massimo Sebastiani

Nel corso della nottata, in seguito agli approfondimenti investigativi, è stato arrestato in flagranza di reato di favoreggiamento personale, Silvio Perazzi, padre della ex compagna di Massimo Sebastiani, la cui posizione era già al vaglio degli inquirenti, per aver aiutato il Sebastiani ad eludere le ricerche, consentendogli di nascondersi.

l Comando Provinciale dei Carabinieri di Piacenza fa sapere che ulteriori dettagli dell’intera vicenda saranno comunicati nei prossimi giorni. Massimo Sebastiani, operaio di 45 anni al quale si stava dando da giorni la caccia, è stato arrestato nella mattinata di ieri, nascosto nel solaio di una casa sule colline piacentine.

Proprio la sua individuazione ha permesso agli inquirenti piacentini, nel giro di poche ore, di trovare il corpo senza vita dell’impiegata 28enne. Poi le indagini si sono spostate in un’abitazione, in località Costa di Sariano, nel Comune di Gropparello, sull’Appennino piacentino, dove sono state effettuate approfondite analisi scientifiche e rilievi, e dove Elisa Pomarelli potrebbe essere stata uccisa per poi essere portata altrove. Una casa che risulta di proprietà del padre di una ex fidanzata del 45enne, Silvio Perazzi appunto.

https://www.huffingtonpost.it/entry/omicidio-piacenza-arrestato-lex-suocero-di-sebastiani-e-stato-complice-nella-fuga_it_5d74b5e0e4b06451356f9103?fbclid=IwAR2wfq8UtTkV6UYXGgoqcw97iOGgBKq_oDzbT-WQtYN3eLdWuxYS1Zbj6ss

Set 142019
 

Da “Repubblica”. 08.09.2019

Dopo essersi nascosto per due settimane, Sebastiani è crollato appena arrivato in caserma. L’amica uccisa subito dopo il pranzo nella trattoria in cui era stata vista l’ultima volta.

PIACENZA – «L’ho uccisa, ho fatto una stupidaggine», sbotta alla fine Massimo Sebastiani in lacrime nella stanza del comando provinciale dei carabinieri. Le sue manone da tornitore mulinano nell’aria sopperendo alle parole che non vengono. Rimangono strette in gola senza uscire e lasciano spazio ai singhiozzi. Le domande del comandante Michele Piras e della pm Ornella Chicca della procura piacentina si fanno insistenti ma non ottengono che gorgoglii. Sebastiani s’impappina, si agita sulla sedia, ma per un uomo semplice qual è non è facile spiegare quel gesto orrendo che gli inquirenti ritengono sia uscito d’impeto senza una premeditazione. Alle parole, Sebastiani preferisce sostituire i gesti conducendo i carabinieri sulla macabra tomba di Elisa Pomarelli, la ventottenne consulente finanziaria che lavorava col padre e che spesso usciva con Sebastiani.

Tra i due forse un equivoco e un gioco alla fine pericoloso. Lui diceva che era la sua fidanzata, ma lei precisava sempre che il legame era solo di amicizia. E forse è proprio in questo scarto d’intenti che è maturato il delitto. Lui andava a prenderla a fine lavoro per portarla a casa e lei scendeva in fretta dall’auto quasi scappando perché Sebastiani voleva baciarla. Diceva di adorarla, ma di un amore malato, morboso e non corrisposto. Una storia che andava avanti da parecchio tempo sempre appesa a questa incomprensione di fondo dove le intenzioni e i fini non combaciavano. Una storia con presupposti troppo fragili per potersi trascinare a lungo.

Lui insisteva, la incalzava e ogni volta lei precisava il confine entro il quale doveva stare la relazione. Un confine che forse alla lunga è risultato frustrante per Sebastiani, un uomo che tutti descrivono molto istintivo, uno un po’ selvaggio, capace di arrampicarsi sugli alberi e di correre a piedi nudi nella ghiaia. Una persona di animo semplice che forse non ha saputo elaborare un legame che avrebbe voluto essere molto diverso da quella amicizia che prescindeva da un rapporto più intimo. Forse sta proprio qui la chiave del dramma. «Non c’è stata premeditazione — assicurano il comandante dei carabinieri Michele Piras e la pm Chicca — tutto fa pensare che si sia trattato di un gesto d’impeto». Forse Elisa ha respinto per l’ennesima volta gli assalti di Sebastiani ribadendo quel limite che nel pomeriggio di una domenica di agosto, dopo un pranzo, il caldo e forse qualche bicchiere, è risultato insopportabile per Sebastiani.


https://www.repubblica.it/cronaca/2019/09/08/news/sebastiani_in_lacrime_davanti_ai_carabinieri_ho_fatto_una_stuidaggine_-235506770/?ref=RHPPLF-BH-I235487539-C8-P3-S1.8-T1&fbclid=IwAR2HbiXPdljyAkMFZ9lQIReXQdcLLLWqKZu4SDTopcRlMbHoHV8-Z6Uql5Y

Set 142019
 

Da “Il Fatto Quotidiano”. 07.09.2019

Il tornitore di 45 anni è stato rintracciato nella soffitta di un edificio di campagna. Dopo l’interrogatorio in caserma ha accompagnato i carabinieri nel luogo in cui ha lasciato il cadavere della 28enne. Le ricerche sono durate quasi due settimane.

Sono finite dopo quasi due settimane e nel peggiore dei modi le ricerche della coppia scomparsa in provincia di Piacenza. Lui, Massimo Sebastiani, 45 anni, è stato rintracciato e catturato. Di lei, Elisa Pomarelli, 28 anni, è stato trovato il corpo senza vita. Il ritrovamento del cadavere è avvenuto diverse ore dopo il trasferimento del tornitore – già indagato durante le ricerche per omicidio e occultamento di cadavere – in una caserma dei carabinieri. Sebastiani e Pomarelli erano scomparsi il 25 agosto scorso, dopo essere stati visti per l’ultima volta insieme a pranzo all’Osteria del Lupo di Ciriano, in provincia di Piacenza. Secondo quanto riportato dal quotidiano Libertà, il 45enne è stato trovato nel comune di Lugagnano, nella soffitta di un casolare non lontano dal Veleia. Dopo che il pm Ornella Chicca l’ha interrogato, Sebastiani era stato portato dai carabinieri a Costa di Sariano per cercare Elisa. E il corpo è stato ritrovato in un fossato di campagna, in un luogo particolarmente impervio (e non come era stato detto in un primo momento in un altro casolare).

Sulle ricerche da 24 ore era calato il silenzio, dopo che il 3 settembre scorso i Ris avevano effettuato un sopralluogo all’interno dell’abitazione del tornitore, raccogliendo centinaia di campioni e trovando uno scenario “da schizofrenico accumulatore seriale”, visti i tantissimi oggetti e rifiuti accatastati in casa. In particolare la scientifica si era soffermata ad analizzare due segnali: alcune bruciature nel pollaio e altre tracce classificabili come “biologiche” all’interno dell’auto del 45enne, probabilmente appartenenti alla stessa Elisa.

Sebastiani, secondo le indagini, era fuggito sfruttando la sua conoscenza del territorio. Era stato infatti avvistato più volte la sera del 25 agosto, ripreso dalle telecamere di sicurezza mentre faceva benzina e poi mentre camminava con uno zaino sulle spalle, forse diretto proprio verso i boschi che conosce bene e dove con ogni probabilità ha un “bunker”. Tra i due, secondo i familiari della 28enne, c’era solo un’amicizia, ma secondo alcuni amici lui sarebbe stato innamorato di lei, ai limiti dell’ossessione.

In un’intervista a Repubblica, la sorella di Elisa, Debora Pomarelli, aveva espresso il pensiero che la 28enne potesse essere ancora viva. “Penso che magari l’ha rapita e l’ha portata in un casolare. Siamo arrivati al punto che questa è la mia speranza ” aveva detto. Debora ha anche raccontato come Sebastiani e sua sorella si sono conosciuti: lei – agente finanziario nell’azienda del padre – aveva conosciuto Sebastiani in ufficio, tre anni fa. I due avevano subito legato, complice la passione di entrambi per la campagna. Insieme avevano anche costruito il pollaio, appena fuori casa di Massimo, lo stesso dove i Ris hanno trovato le tracce di cenere.

https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/09/07/coppia-scomparsa-a-piacenza-catturato-massimo-sebastiani-trovato-il-corpo-senza-vita-di-elisa-pomarelli/5436718/?fbclid=IwAR2Wlg4tFrEgom3yIb5KZqYtbGuy5vJFE-y-lW-wh7upcshSVMkcg650Wy4


Set 142019
 

Da “Tgcom24”. 07.09.2019

A condurre sul posto i carabinieri è stato Massimo Sebastiani, che i militari avevano bloccato alcune ore prima in un casolare della zona.

Il giallo di Piacenza che da due settimane ha tenuto tutti con il fiato sospeso si è concluso nel peggiore dei modi: Elisa Pomarelli è morta, uccisa da Massimo Sebastiani, l’operaio di 45 anni al quale si stava dando la caccia e che è stato arrestato nella mattinata di sabato, nascosto nel solaio di una casa sulle colline piacentine.

Sebastiani ha condotto i carabinieri nel luogo dove era stato nascosto il cadavere – Proprio la sua individuazione ha permesso agli inquirenti piacentini, nel giro di poche ore, di trovare il corpo senza vita dell’impiegata 28enne. Ancora non si conoscono le cause della morte, come e quando sia stata uccisa. Dopo essere stato individuato e fermato, Sebastiani, assistito dall’avvocato Mauro Pontini del Foro di Piacenza, nel pomeriggio ha condotto gli inquirenti nel punto dove è stato trovato il cadavere.

Indagato per favoreggiamento il padre di una ex del 45enne – Poi le indagini si sono spostate in un’abitazione, in località Costa di Sariano, nel Comune di Gropparello, sull’Appennino piacentino, dove sono state effettuate approfondite analisi scientifiche e rilievi, e dove Elisa Pomarelli potrebbe essere stata uccisa per poi essere portata altrove. Una casa che risulta di proprietà del padre di una ex fidanzata del 45enne, anche lui ora indagato per favoreggiamento.

Il corpo di Elisa è stato trovato in un fossato – Il cadavere di Elisa Pomarelli è stato trovato ad alcune centinaia di metri da quell’abitazione, seppellito da Sebastiani in una zona molto impervia, in un fossato che si trova in un bosco: per recuperarlo è stato necessario l’intervento di una squadra del nucleo Sai dei vigili del fuoco di Piacenza.

Sebastiani è scoppiato a piangere davanti ai militari e si è detto pentito – Al momento dell’arresto, dicono le forze dell’ordine, Sebastiani non ha opposto resistenza. E’ apparso molto provato dalle due settimane di latitanza, ed è scoppiato a piangere. “Si è detto pentito ed è stato molto collaborativo”, raccontano gli inquirenti piacentini che hanno condotto un’indagine che va avanti da due settimane.

I punti ancora da chiarire sulla vicenda – I punti da chiarire su una vicenda complessa rimangono però ancora molti: nelle prossime ore gli investigatori dovranno ricostruire dettagliatamente le fasi del delitto confessato da Sebastiani, e questi giorni di latitanza. Da una prima ricostruzione pare che Elisa sia stata uccisa subito dopo il pranzo della domenica in cui poi e’ scomparsa. Pranzo che aveva fatto insieme al 45enne in una trattoria vicino a Carpaneto.

Nei prossimi giorni sarà eseguita l’autopsia – L’omicidio potrebbe essere stato la conseguenza e il culmine di un momento di ira durante una lite tra i due amici. Nei prossimi giorni verrà eseguita l’autopsia sul corpo della ragazza, le cui amiche in serata sono accorse nella sede degli inquirenti per avere notizie: per lei, centinaia di persone si erano riunite giovedì sera a Borgotrebbia, per una fiaccolata di solidarietà. Fra loro anche la madre di Elisa che aveva lanciato un appello, alimentato da una speranza che adesso si è spenta definitivamente.

https://www.tgcom24.mediaset.it/cronaca/emilia-romagna/giallo-di-piacenza-rintracciato-dai-carabinieri-massimo-sebastiani_3230508-201902a.shtml?fbclid=IwAR0fJ96YFRntxFeMCeUl8URz7-7Psv39toyFvuy2F2bXdJedcHfbUpuCExI


Set 142019
 

Da “Roba da donne”. 09.2019

La storia di Rita Atria, che si ribellò alla mafia: dopo la strage di via D’Amelio si tolse la vita, ma la sua unica colpa era quella di essere nata nella famiglia sbagliata

“Credevo che il tempo potesse guarire tutte le ferite. Invece no. Il tempo le apre sempre più fino ad ucciderti, lentamente”, scriveva Rita Atria nel suo diario, prima di togliersi la vita il 26 luglio del 1992. Pochi ricordano il suo nome e la sua vicenda drammatica, intrecciata con quella di Paolo Borsellino, ucciso dalla mafia solo una settimana prima di lei.

Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita. Tutti hanno paura ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi.

Rita Atria non è morta il 19 luglio del 1992, insieme al magistrato e alla sua scorta, ma è come se lo fosse. Conosceva la mafia da vicino, perché aveva avuto la sventura di nascere in una famiglia che ne faceva parte, ma aveva scelto di provare a cambiare la sua terra. Grazie anche all’aiuto di Borsellino.

Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amici, la mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarsi. Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi ma io senza di te sono morta.

Nata a Partanna, in provincia di Trapani, era figlia di Vito Atria, un pastore e proprietario agricolo legato affiliato a Cosa Nostra. Piccolo boss locale, nel 1985 trovò la morte in seguito alla sua decisione di non incoraggiare i crescenti affarti del narcotraffico. Da quel giorno il fratello Nicola, più grande di dieci anni, decise di cercare di vendicarsi per quanto accaduto.

Rita si avvicinò sempre di più a Nicola e alla moglie Piera Aiello, sebbene quello tra i due giovani fosse stato un matrimonio organizzato dalle rispettive famiglie. Il 24 giugno del 1991 la mafia tornò però a colpire di nuovo i suoi affetti: il fratello venne ucciso nella pizzeria dove lavorava, davanti alla moglie, che decise poi di collaborare con la giustizia. Come raccontato recentemente al Corriere dalla stessa Piera, che ha vissuto per anni nell’anonimato, aveva fatto di tutto per convincere il marito a cambiare vita.

Cercai in ogni modo di convincere mio marito ad evitare il tentativo di vendicare la morte del padre, ma non ci fu nulla da fare. Girava armato e si occupava dello spaccio di droga: quando provavo a dirgli di smettere con questa vita mi picchiava.

Rimasta sola con la madre, dopo l’uccisione del fratello e la scelta della cognata di testimoniare e vivere nell’ombra, Rita Atria iniziò a temere per la sua vita. E, ancora una volta, affidò al diario tutte le sue paure.

L’una di notte e non riesco a dormire. Sono molto preoccupata e per la prima volta dopo la morte di Nicola ho una gran paura, non per me, ma per mia madre. Il motivo è che stasera, alle 11,35 circa, ho sentito bussare alla porta. Io e mia madre eravamo sveglie, ma le luci erano spente, mia madre dopo che hanno continuato a bussare insistentemente, ha chiesto chi era, e una voce ha risposto che era Andrea e che era venuto a fare visita.

Si trattava di un giovane che suo padre faceva lavorare nei campi e che non si presentava da anni a casa loro. Rita era certa che si fosse recato lì per ucciderla, perché sapeva che girava con una pistola e che per denaro era disposto a tutto.

Ho detto a mia madre che era tutto a posto, ho inventato delle scuse per tranquillizzarla, ma ho proprio paura che domani mi uccideranno. Spero che le mie paure siano infondate, ma in caso contrario spero non facciano del male a mia madre, la mia paura è per lei, non posso lasciarla nei guai. Domani avvertirò il brigadiere, ma prima devo assicurarmi che mia madre sia al sicuro. Spero non sia l’ultima volta che scrivo in questo quaderno.

Fu così che maturò in lei la convinzione di collaborare, proprio come aveva fatto la cognata Piera. La madre cercò di farle cambiare idea, ma non ci riuscì e decise di ripudiarla, perché la considerava una traditrice. Nel novembre 1991, la diciassettenne iniziò così a raccontare quello che sapeva a Paolo Borsellino, che per lei diventò come un padre.

Entrata a far parte del programma di protezione dei testimoni, si trasferì a vivere nella capitale, nel totale anonimato. E morì nello stesso modo, nell’indifferenza totale: la “picciridda”, come la chiamava Borsellino, a soli diciassette anni, dopo quel 19 luglio del ’92, non aveva più nessuno su cui contare e decise di gettarsi dal quinto piano del palazzo in cui la polizia l’aveva nascosta.

https://www.robadadonne.it/190121/rita-atria-suicido-morte-paolo-borsellino/?fbclid=IwAR0gupkHk3UtspPVBh6o52pvbCUWoQCsIcY5sIzcJU-pmwtqa2QWTn2WOms&on=ref