Ago 032019
 

Da “La Stampa”. 25.04.2016

L’agente che si infiltra nei siti pedopornografici: “Lì dentro si conosce l’orrore”.

«Che cosa c’è in quei video e in quelle foto? Scene orribili. Ma definirle “orribili” non basta a rendere l’idea». L’uomo si ferma a pensare, sceglie la parola con cura: «L’inimmaginabile. Laggiù c’è l’inimmaginabile». Stefano (il nome è di fantasia) è un poliziotto di 36 anni. Il suo lavoro è dare la caccia agli orchi su Internet. Laggiù è un angolo buio del web, dove imperversano le più ignobili e sudicie fantasie sessuali: quelle sui bambini. «Chi vive nel mondo reale non può percepire cos’è la pedopornografia. Ed è meglio così».

Accento romano, sorriso bonario, ciuffo di capelli neri ben curato. Stefano è un agente sotto copertura della Polizia postale. Monitora i siti dell’orrore, s’infiltra nelle comunità virtuali dei pedofili e fa arrestare gli aguzzini. «Ma la priorità – racconta – è sempre salvare le piccole vittime». Spesso le operazioni durano mesi. Nei forum online il muro di diffidenza verso i nuovi arrivati è alto. «Ho oltre venti indirizzi email differenti, al momento sono infiltrato in una decina di community. A volte mi fingo interessato a materiale pedopornografico, a volte scelgo strade diverse».

COME DROGATI

Dall’altra parte della tastiera ci sono persone malate. «Somigliano ai tossicodipendenti – spiega l’assistente di polizia -. La loro droga è la pedopornografia. Non possono farne a meno, ogni giorno ha la sua dose». Quasi sempre sono maschi. Spesso diplomati e laureati. Non di rado giovani. Come lo studente universitario genovese di 21 anni arrestato due settimane fa nell’indagine condotta in collaborazione con l’Fbi. In rete si nascondeva dietro il soprannome «cucciol@». Con lui sono state denunciate 12 persone tra Torino, Milano, Palermo e altre città. Sono artigiani, imprenditori, professionisti, operai e studenti. «Insospettabili», li definiscono gli investigatori.

Il poliziotto-cacciatore trascorre le sue giornate qui: davanti a quattro monitor, seduto alla scrivania di un ufficio al terzo piano del quartier generale della Polizia postale, in un palazzone di vetro del ministero dell’Interno sulla Tuscolana, a pochi passi da Cinecittà. Sulla porta c’è scritto: «Centro nazionale per il contrasto alla pedopornografia online». Ma Stefano, quando le indagini vanno in porto, partecipa anche ai blitz per arrestare chi ha realizzato o diffuso le foto e i video dell’orrore: «Magari ho parlato con questa persona in rete per mesi. Quando lo vedo in faccia non provo rabbia. Vorrei dirgli: “Io so chi sei, conosco tutti i tuoi fantasmi. Quindi per te è finita, stavolta abbiamo vinto noi”. Chi siamo noi? È ovvio: noi siamo i buoni», esclama ridendo.

I SUK DELLA PERVERSIONE

In principio le foto erotiche con bambini viaggiavano su siti Internet, che puntualmente venivano oscurati. Poi è arrivata l’era del peer-to-peer, la condivisione del materiale pedopornografico. Negli ultimi anni è esploso il fenomeno dello scambio di filmati attraverso le «darknet». Si tratta di reti anonime che stanno nel «deep web», la parte sommersa di Internet. Questi forum nascosti non si trovano con Google. Per arrivarci serve un browser di navigazione anonima.

Il più celebre suk della perversione si chiamava «Lolita City». Il nome non inganni: niente a che vedere con l’erotismo di Nabokov. Oggi quel forum non esiste più. Ma sono migliaia i siti a contenuto pedofilo. Il più grande («Playpen») a marzo 2015 contava 215.000 iscritti. Altri nascono e muoiono nel giro di pochi mesi. Spesso per accedervi c’è una regola da rispettare: entra solo chi condivide foto e video pedopornografici. Nelle chat ci si scambia di tutto: scatti di ragazzini adescati in rete, immagini rubate dai profili Facebook di mamme e papà. Fino a filmati di violenze sessuali su minorenni, anche piccolissimi. L’abisso è senza fondo. C’è anche l’abuso su commissione: il pedofilo chiede all’altro orco di fare qualcosa alla vittima. Il bambino a volte è costretto a mostrare un foglio con «dedica» al committente.

PROFESSIONISTI DEL CRIMINE

Nei forum online gli utenti sono solo un nickname. È (quasi) impossibile risalire all’indirizzo Internet degli utenti. Ma le tecniche investigative sono sempre più raffinate. La collaborazione tra le polizie di mezzo mondo avviene ormai in tempo reale. A volte basta un dettaglio in un video per far scattare l’indagine. Poi subentrano le indagini tradizionali e il cerchio si stringe. La polizia italiana è all’avanguardia. «I pedofili sono spesso professionisti del crimine. Viaggiano su auto veloci, noi ne abbiamo di altrettanto rapide», spiega Carlo Solimene, direttore della divisione investigativa della Polizia postale. Elvira D’Amato, responsabile del centro anti-pedopornografia, mette in guardia dai pericoli: «Il nuovo fronte è il cyber bullismo. C’è il ragazzino che filma la fidanzata in atteggiamenti intimi, poi si lasciano e lui la ricatta». L’allarme è massimo anche sul sexting, cioè l’invio da parte dei ragazzi di selfie sessualmente espliciti. «Ecco perché la prevenzione è l’altra metà del lavoro», racconta D’Amato.

Aver a che fare tutti i giorni con l’orrore non è facile. «Quando la sera torno a casa, cerco di lasciare il lavoro in ufficio», ammette Stefano. «Ma quelle immagini ti restano impresse, ti segnano dentro». Ad aspettarlo a casa c’è una figlia di tre anni. «Presto le spiegherò che sono un poliziotto, ma non le dirò mai che cosa faccio per davvero. Non voglio che conosca il male del mondo».

https://www.lastampa.it/cronaca/2016/04/25/news/il-poliziotto-che-stana-gli-orchi-sul-web-cosi-salviamo-i-bambini-dagli-abusi-1.35018207


Sorry, the comment form is closed at this time.