Mag 152019
 

Da “La 27esimaora”. 23.03.2017

«Quando ho sentito che lo assolvevano, è come avere subito violenza una seconda volta. Sono stata a casa cinque giorni a piangere. Mi sono sentita vuota. Adesso la cosa che mi fa più male è non essere stata capita da quelle giudici». Non trattiene le lacrime Laura, la giovane donna che lavora alla Croce rossa che deve fare i conti con le motivazioni di una sentenza che definisce “inverosimili” le sue accuse di stupro nei confronti di un ex collega perché, per fermarlo, gli avrebbe detto “solo basta”, senza “gridare” o “tradire emotività”. Dopo aver ascoltato il dispositivo della corte, Laura era svenuta. Fuori dall’aula. L’avevano soccorsa i colleghi venuti a darle supporto e l’ex moglie dell’imputato, in fase di divorzio, che l’aveva abbracciata prima che crollasse a terra. Oggi Laura è seduta nello studio della sua legale, Virginia Iorio, che sfogliando le carte non si trattiene: «Questa è una sentenza d’altri tempi. Questo processo non può prescindere dal profilo psicologico della vittima. Si è dato per scontato che tutti abbiamo le stesse reazioni in situazioni simili. Ha dell’incredibile».

«Vorrei mettere dieci donne in una stanza – spiega la legale – davanti a un trauma. Tutte e dieci reagiranno in modo diverso. Mi viene il sangue agli occhi: creare uno stereotipo di comportamento come quello che ha fatto questa sentenza. È come dire, noi siamo abituate a una tipologia e da lì non ci stacchiamo». Laura piange. Non riesce a parlare anche se si capisce che vorrebbe dire molte cose. A un tratto ammette: «Ora non denuncerei più. Chi me l’ha fatto fare. Lui c’era in aula, quel giorno in cui ho dovuto raccontare tutto. Quelle sei ore non passavano più». Ed è stato un successo, per l’avvocato Iorio, portare Laura davanti a un collegio. «Perché quando è arrivata da me la prima volta era come adesso – spiega – non riusciva a parlare e piangeva. Con grande sforzo ha avviato un percorso con una psicologa e ha tirato fuori delle cose. Ignorare il pregresso e la valenza del suo carico emozionale mi fa restare allibita».

«Laura sta affrontando con la psicoterapeuta la rimozione dei traumi del suo passato», aggiunge Iorio. «E allora io dico – precisa – è ovvio che alcuni dettagli li ricorda male, ma c’è una totale carenza di pathos in questa sentenza. Qui siamo di fronte a una donna che non aveva il coraggio di dire nulla, che lo ha trovato e che adesso si ritrova indagata per calunnia». Quest’ultima parola fa ripiombare la crocerossina in un fiume di lacrime. Ma la legale la guarda negli occhi e le dice: «Ascoltami, nessuno mi potrà mai fermare, se non la revoca del tuo mandato. Il pm sta scrivendo l’appello, andiamo avanti fino in Cassazione. Io combatterò fino alla fine, puoi starne certa». Laura pensa al fatto che non è da sola: i colleghi della Croce rossa hanno assistito a ogni udienza del procedimento. «Sono la mia famiglia», e le scappa un sorriso. Al processo d’appello poi, se si farà, Laura non dovrà più deporre. Glielo ricorda l’avvocato, per tranquillizzarla. Si tratta soltanto di aspettare. Resta una grande amarezza, comunque andrà a finire. Virginia Iorio riflette a voce alta: «E poi ci meravigliamo perché le donne tacciono di fronte alle violenze?». Laura ricorda l’otto marzo appena passato: «In questi giorni ho visto tanti cartelloni delle donne che subiscono violenze. Mi è venuta in mente la cosa dei 90 giorni. Ma tu non puoi quantificare un tempo. Magari io ci metto tanto a trovare il coraggio di denunciare, di dire, per quello che mi è successo».

https://27esimaora.corriere.it/17_marzo_23/ha-detto-basta-non-ha-urlato-accusata-calunnia-aver-denunciato-stupro-sviene-la-sentenza-accanto-lei-moglie-dell-imputato-30ec215c-0f8b-11e7-94ba-5a39820e37a4.shtml?cmpid=SF020103COR&fbclid=IwAR1m91eoCQrdE0HWC_6HWQKOLxKDyRVWvoe3bKtRwRi0Hb_3l5O88fa7Z_k

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