Set 232020
 

Da “La Repubblica”. 21.09.2020

“D’ora in poi, Iris, potrai goderti la vita in solitaria che hai sempre voluto fare”. Con queste parole crudeli Claudio Baima Poma, l’assassino e suicida che prima di uccidersi ha ammazzato con un colpo di pistola il figlioletto di 11 anni, ha chiuso un lungo post su Facebook col quale ha cercato di scaricare sull’ex moglie la responsabilità della morte innocente del loro bambino. 
Nel post, una sorta di testamento morale dai toni vendicativi, l’omicida torinese descrive se stesso come vittima, elencando un’escalation di problemi fisici e psicologici dei quali secondo lui la moglie – poi divenuta ex moglie – negli anni non si sarebbe presa sufficientemente cura. Il risentimento che traspare dalle parole del post di Claudio Baima Poma è antico, ma lucido, e a dispetto della lunghezza non mostra la minima capacità autocritica. Persino la depressione e il mal di schiena di cui l’assassino nel post dichiara di soffrire – patologie che non portano a istinti omicidi – sono usate come armi retoriche contro l’ex compagna, descritta come una creatura egoista che non si è presa sufficiente cura della debolezza dell’assassino, restandogli vicino anziché lasciarlo.
L’intenzione del post è tristemente chiara: non si tratta di una lettera privata, ma di uno scritto pubblico messo sul più popolare dei social network, davanti agli amici comuni e alla famiglia, con l’intenzione evidente di lasciare la propria versione dei fatti a spiegazione del gesto omicida, come se un mal di schiena o una depressione potessero spiegare un colpo di pistola su un bambino di 11 anni.

Quel che traspare invece dal post è una storia terribile di possessività e egoismo. Anche da morto l’omicida ha voluto fare del male all’ex compagna, dalla quale non aveva mai accettato la separazione. L’incapacità di rifarsi una vita e di vedere lei rifarsi la propria senza di lui ha spinto Claudio Bauma Poma a togliere la vita al figlio per lasciare alla donna da cui si sentiva defraudato, oltre al vuoto incolmabile della perdita del loro bambino, anche il senso di colpa di poterne in qualche modo essere la causa. Per se stesso invece ha chiesto di essere accompagnato dai motociclisti in Harley Davidson, in una sorta di corteo d’onore a cui evidentemente pensava di avere diritto. Purtroppo molti commenti sotto al post dell’assassino rivelano che c’è ancora molta gente che questo delirio di possesso lo chiama “amore”.

https://www.repubblica.it/cronaca/2020/09/21/news/il_caso_dell_operaio_che_uccide_il_figlio_chiamiamolo_possesso_e_non_amore_-268046819/?ref=001122&fbclid=IwAR2cO1e54UfmDEvjLeRrXMyi4OJX2EYc9BFPxlmbBzNtmDh4ii3ojXPKEyQ

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