Ott 222019
 

Da “Resilienzainesilio”. 30.08.2015

Negli ultimi giorni è balzato alla cronaca un caso di una donna che ha ucciso il marito dichiarando di non riuscire più a sopportare le violenze da parte di lui. Sono fatti che stimolano dibattiti e fanno interrogare.

In Francia il 26 gennaio scorso è andato in onda un film sul processo ad Alexandra Lange, donna vittima di violenza coniugale che ha ucciso il suo coniuge, Marcelino Guillemin, il 24 giugno 2009. Il film ha tenuto incollati 8 milioni e mezzo di telespettatori alla seconda rete nazionale.

La donna nel processo ha portato alla luce tutte le violenze subite in 14 anni di convivenza con il suo abusante, come la relazione la teneva incatenata e come le sue richieste di aiuto alle istituzioni, forze dell’ordine e servizi sociali, siano state inefficaci. Ha raccontato inoltre tutte le tattiche di sopravvivenza da lei usate per proteggere sé ed i suoi quattro bambini.

Il magistrato Luc Frémiot, inizialmente duro e con una posizione accusatoria verso l’imputata, il 23 marzo 2012, nell’arringa finale del processo domanda fermamente la sua assoluzione e chiede scusa da parte della società alla donna per non averla saputa proteggere. I sei giurati lo ascolteranno: la donna verrà rilasciata e verrà riconosciuta la legittima difesa.

Riporto qui la mia traduzione all’arringa scritta dal magistrato riportata su Le Monde, leggermente modificata nel vivo del suo emozionato discorso in tribunale.

« Alexandra Lange, abbiamo un appuntamento. Si tratta di un appuntamento inesorabile che pesa su tutte le vittime di violenza domestica. Questo processo va oltre la sua persona, perché dietro di Lei ci sono tutte queste donne che stanno vivendo la stessa cosa. Che soppesano le ombre della notte, il rumore dei passi che fa loro comprendere che il pericolo sta rientrando a casa. I bambini che filano nelle loro stanze, la madre che entra in cucina facendo come se niente fosse nonostante sappia che da un momento all’altro esploderà la violenza.

Sono tutte sorelle, queste donne che nessuno guarda, che nessuno ascolta. Perché, come abbiamo sentito nel corso di questa udienza, quando la porta è chiusa, non si sa che cosa succede dietro. Ma la vera domanda è se vogliamo sapere cosa succede. Se si vuole ascoltare il suono dei mobili che vengono ribaltati, dei colpi che fanno male, degli schiaffi che risuonano e del pianto dei bambini.

Qui, nelle Corti d’Assise, conosciamo bene gli autori di violenza domestica. Delle loro vittime, invece, di solito non abbiamo che un’immagine: quella di un corpo di donna su un tavolo per un autopsia. Oggi, in questo caso, siamo al muro: dobbiamo decidere.

Il mio dovere è quello di ricordare che non abbiamo il diritto di uccidere. Ma non posso parlare di questo atto omicida senza evocare le parole dei bambini: « papà è morto, non saremo più picchiati »; « papà, era cattivo »; « con noi si comportava male, ma non era niente in confronto a quello che faceva alla mamma. »

Non abbiamo alcun diritto di uccidere, ma non abbiamo nemmeno il diritto di violentare. Né di imprigionare una donna e dei bambini in una gabbia di sofferenza e di dolore.

So la domanda che vi ponete: “Ma perché Alexandra Lange non è partita con i suoi figli in braccio?” Questa domanda è posta da uomini e donne che guardano la situazione dall’esterno, con distacco, che non capiscono e dicono: « Ma io me ne sarei andato/a! »  Ne sei così sicuro/a?

Quello che vivono queste donne, ciò che ha affrontato Alexandra Lange, è il terrore, l’angoscia, il potere di qualcuno che toglie il fiato, che toglie ogni coraggio. E’ uscire a fare la spesa in cinque minuti, perché chi ti ha inviato ha calcolato esattamente il tempo necessario per andare a comprare le bottiglie di birra. Ed è a questa donna che si potrebbe chiedere perché è rimasta?

E’ la guerra quello che ha vissuto, Signora, la guerra nel suo corpo, nel suo cuore!

E voi, giurati, non potete giudicare senza conoscere le ferite aperte che ha in lei. E’ questo essere giudice: sapersi mettere nei panni degli altri.

Alexandra Lange, basta ascoltarla e guardarla. Osservare il suo volto devastato. Ma è un volto che cambia quando si parla dei suoi figli. Molti hanno detto che era « passiva ». Ma in realtà è una combattente, questa donna! Ha tenuto ai suoi figli la testa fuori dall’acqua, dall’abisso. Non c’è molto amore in questa storia, ma c’è il suo per i suoi figli, e questo è abbastanza per dare una nuova luce a tutto quanto. Hanno 13, 11, 8 e 6 anni. Loro la amano, Signora, essi saranno la sua rivincita.

Noi, la domanda che dobbiamo porci è: di che cosa è responsabile Alexandra Lange? Quale sarebbe la credibilità, la legittimità mia, l’avvocato della società, se chiedessi la condanna di un’ imputata dimenticando che la società stessa non è riuscita a proteggerla?

Perciò io parlo di legittima difesa. Alexandra Lange ha pensato in quel momento che era in pericolo? In base a quello che ha vissuto, che ha sofferto, si poteva immaginare che quella notte Marcelino Guillemin, suo marito, l’avrebbe uccisa? Ma naturalmente! Era anni che andava avanti, Alexandra era sempre sola. Oggi, io non voglio lasciarla sola. E’ l’avvocato della società che ve lo chiede. Lei, Signora, non ha niente a che vedere con questa Corte d’Assise. Rilasciatela!”

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