Nov 052015
 

3a Conferenza mondiale dei Centri anti violenza L’Aia 3-6 novembre 2015

3rd World Conference of women’s Shelter

“Le donne e le bambine devono avere l’opportunità di ribellarsi alla loro condizione. Bisogna dare più forza e visibilità alle azioni di tutela delle donne e creare una rete globale di donne”.  E’ con questo appello che Hina Jalani, avvocato della Corte suprema del Pakistan, attivista, Il senso di questa terza conferenza mondiale dei centri antiviolenza sta proprio qui: nel mettere insieme le forze, connettersi contro la violenza e agire per farla cessare. O, almeno, ridurre. Perchè proprio stando lì, in mezzo a un migliaio di donne che arrivano da 115 paesi, ti rendi conto di come la violenza contro le donne possa essere, ancora oggi, terribile. Lo leggi negli occhi della rappresentante del Sudan. Ci si incontra sull’autobus, ci si riconosce dalle borse viola e subito ci si comincia a raccontare com’è la situazione nei propri paesi. E, alla fine, si tace davanti ai racconti di guerra, di violenza, di povertà. Si legge nelle parole pacate, determinate e pacate allo stesso tempo, ma così dense di dolore, della rappresentante dell’Iran, che vive in Francia e combatte, da fuori, perchè al suo paese non ci può più tornare, per far cadere un governo che lei definisce  “misogeno”, che mette in prigione le donne che protestano e cerca di far tacere le altre.

La violenza contro le donne è una violazione dei diritti elementari, ma anche un problema economico. Rimette al centro del dibattito la questione Jet Bussemaker, ministro olandese dell’istruzione che parla dei “costi della violenza  anche sulla famiglia” (quante donne, dopo aver subito violenza, non riescono a tornare al lavoro? Quante donne vedono la loro carriera andare in pezzi? Tante, troppe, le stime parlano di un 8 per cento tra quelle che hanno subito abusi), sostiene che bisogna fare “un’analisi dei desideri delle donne” e che “nessun paese deve tornare indietro”. “Le donne devono avere la possibilità di lavorare e di avere un’educazione. Bisogna lavorare sulla prevenzione e sull’instaurare una corretta relazione fra le parti, fra uomini e donne”. 

Ci sono momenti di emozione quando le conduttrici invitano le donne presenti (e anche qualche uomo, in verità) ad alzarsi in piedi per continenti. Si alzano le asiatiche e sono tante. Si alzano le africane, molte meno, fra gli applausi della platea e via via le altre. C’è la rappresentate dell’Armenia che chiede alle “sue” donne “so che ce ne sono almeno un paio, alzatevi” mentre dagli Stati Uniti, dal Canada, dal Nord America e dall’Australia ci sono presenze massicce. Una ventina le italiane, ma, purtroppo, senza visilità, senza essere relatrici ad un panel, senza presentare progetti. Il tricolore lo ritroveremo solo a tavola, nelle insalate mozzarella pomodoro e rucola, e nei panini. 

La prima giornata si struttura sulla visione di un telegiornale virtuale, con notizie che arrivano da tutte le parti del mondo. Da quelle dove “l’instabilità politica economica e politica mette in discussione i diritti delle donne”, da quelle dove “i conflitti sono di ostacolo alle opportunità di sviluppo”. “L’indipendenza delle donne dipende anche da quanto è forte la democrazia”, raccontano le donne intervistate dei paesi in guerra. 

E’ sempre la magistrata pakistana Hina Jilani a ricordare la necessità che i rifugi per le donne siano luoghi di dignità e a raccontare la sua esperienza: l’apertura del primo rifugio per donne (quanto questo nome ricorda i rifugi in cui ci si ripara dalla guerra!) in Pakistan che lei, 25 anni fa, chiamò semplicementente “Knock”. Bussa e ti sarà aperto. “Allora non avevo esperienza – racconta Jilani – ma sapevo che le leggi non erano sufficienti a tutelare i diritti delle donne. Che bisognava cambiare la mentalità, far capire che le donne possono scegliere. Possono fare scelte intelligenti nella loro vita,” “Protection with dignity” è la conclusione del suo intervento. Che sottolinea un altro punto fermo che verrà ripreso, nelle giornate successive anche dalla rappresentante del governo finladese, manager della Sanità, Helena Ewals: la necessità di leggi, di riferimenti giuridici precisi per far marciare i diritti delle donne. Con la Finlandia siamo su un altro pianeta, ma in comune c’è la necessità di quadri normativi progressisti: “Se non ci fosse stata la convezione di Istanbul – spiega Ewals – non avremmo oggi una legge innovativa, promulgata il 1 gennaio di quest’anno, per dare stabilità e finanziamenti ai centri anti violenti”. Le battaglie per le donne sono le stesse, ad ogni latitudine. Diverse,  purtroppo, sono le condizioni di partenza.

 

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